Domenica 14 luglio (XV domenica del Tempo Ordinario). Renata e Giovanni Solfrizzi con la figlia Jussara Rita (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del vangelo secondo Marco (Mc 6,7-13)
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,7-13)
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Il commento di Renata e Giovani con Jussara Rita
Quanto può essere accogliente una Parola, come quella del Vangelo di oggi, che a una prima superficiale lettura non lo sembra affatto? Il breve racconto di Marco è in realtà denso di significati. Possiamo partire dai due verbi iniziali: “chiamò” e “incominciò”: Gesù chiama! Spesso nemmeno ce ne accorgiamo, siamo un po’ “sordi” alle sue chiamate, ma quanta meraviglia quando ci mettiamo in ascolto, anche tardivamente, quando ci rendiamo conto che ci ha chiamato, più e più volte.
Ad esempio, quando scopriamo di essere chiamati “a due a due” per accogliere i nostri figli, comunque bisognosi del nostro amore, tanto quando siano non troppo lontani, perfino quando siamo noi stessi a metterli al mondo, ma ancor più quando ci scopriamo disposti, armati della più sana e generosa incoscienza, a volare in qualche Paese lontano per rimetterli al mondo.
È anche interessante notare che Gesù “incominciò a mandarli”: non li manda e basta, ma incomincia a mandarli, come se questo invito ad andare non debba mai finire e ancora oggi, duemila anni dopo, possa sprigionare freschezza e vitalità.
La missione che Gesù ci affida, come duemila anni fa ai Dodici, è chiara e al tempo stesso poderosa nella sua semplicità: l’annuncio del Vangelo si accompagna al potere sugli spiriti immondi, armati solo… di noi stessi. Per chi ha accolto in adozione o in affido è facile andare col pensiero all’orrore dell’abbandono che i nostri figli hanno vissuto prima dell’incontro con noi: che sia stata un’esperienza soprattutto psicologica, oppure, come molto spesso accade, un abbandono vissuto fisicamente sulla propria pelle, nel nostro piccolo siamo lo strumento della liberazione dei nostri figli dall’abbandono donando loro, pur con tutti i nostri limiti, la famiglia che abbiamo formato insieme.
Ancora, continuando a leggere questo Vangelo con gli occhiali dell’accoglienza, Gesù ci insegna che per il viaggio nel mondo dell’accoglienza si parte senza “…pane, né bisaccia, né denaro nella borsa”, e che l’accoglienza puramente “materiale” non serve a nulla, o comunque a poco, se non si accompagna all’abbraccio, al bacio, alla parola di conforto, anche solo alla presenza silenziosa. La Parola, vissuta e donata a chi ci sta vicino – innanzitutto ai nostri figli – è l’immagine più vera di quell’amore accogliente che Gesù ci chiede di portare sempre con noi.
Anche le due prescrizioni che Gesù impartisce ai Dodici dicono qualcosa sul nostro viaggio dell’accoglienza, che è un po’ l’intero viaggio della nostra vita:
“Entrati in una casa rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo…” ci dice che la vera accoglienza non ha fine; una volta entrati nel cuore di chi abbiamo accolto vi rimaniamo per sempre.
“Se… non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi” è un invito a non rinunciare mai: quando si intraprende un percorso verso un’accoglienza filiale, che sia adottiva o affidataria, il viaggio è sempre, oltre che lungo, pieno di ostacoli. Il rifiuto può venire, banalmente, dall’ottusità della burocrazia, ma anche dalla cerchia delle nostre frequentazioni di tutti giorni, tra gli amici o i colleghi di lavoro, e perfino anche tra i parenti.
Andandocene cerchiamo di proseguire il cammino per altre vie, scuotendo la polvere dei nostri sandali mostriamo con forza la nostra determinazione a voler raggiungere lo scopo del nostro andare saldi nella fede, con la consapevolezza che l’essere chiamati al viaggio dell’accoglienza è sì un’esperienza anche faticosa, ma sempre appagante.
È lì, nell’accolto – chiunque esso sia, anch’egli chiamato per nome! – che ritroviamo il volto di Dio; è Lui che attraverso di noi, contemporaneamente accoglienti e accolti, guarisce, scaccia i demoni e ci mette sulle labbra le parole per predicare il suo Vangelo.
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