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Chiedere l’aiuto di Gesù per salvare un bambino abbandonato dalla perdita del padre e della madre

Domenica 30 giugno (XIII domenica del Tempo Ordinario). Donatella e Stefano Mazzoli (Comunità La Pietra Scartata, Diocesi di Bologna, Regione Emilia Romagna) commentano il passo del vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-24.35b-43)

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-24.35b-43)

n quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Il commento di Donatella e Stefano

Questo brano del Vangelo di Marco ci fa riflettere sulla fede; aver fede significa affidarci a Dio, certi che la nostra salvezza è solo in lui, in un atto di fiducia incondizionata che ci spinge ad accostarci a Gesù oltre ogni ostacolo e difficoltà, anche oltre la malattia e la morte.
Giàiro, il padre della bambina morente, manifesta pubblicamente la sua fede gettandosi ai piedi di Gesù e chiedendogli aiuto per salvare la figlioletta; la stessa fede spinge la donna che soffre di emorragie, incontrata lungo il cammino, a cercare il contatto con Gesù e a toccare il suo mantello nella certezza che questo gesto la salverà.
Dio vuole il bene di tutti, ma ci lascia liberi di scegliere il suo aiuto, non si impone, interviene quando viene chiamato. Gesù interviene perché vede la fede di Giàiro e della donna: loro hanno avuto il coraggio di andare da lui, sentendo nel loro cuore che solo col suo aiuto si sarebbero salvati; sanno di essersi rivolti alla persona giusta e si fidano di Gesù.
Noi ci immedesimiamo in loro perché una bimba deve essere salvata.
Questo ci fa riflettere su due cose che sono importanti nella relazione di amicizia con Cristo: la fiducia incondizionata in Lui e una richiesta di aiuto intensa e forte. Giàiro mantiene la piena fiducia in Gesù anche quando gli viene detto che la bambina è ormai morta, perché Gesù lo ha rassicurato dicendo di non temere e di continuare ad aver fede che sua figlia non è morta, ma dorme. Anche noi genitori adottivi abbiamo chiesto a Gesù, a volte in modo insistente, il dono di un figlio; abbiamo avuto fiducia in lui e questo dono, come tutto il cammino percorso nell’esperienza adottiva, ci ha cambiati, facendoci conoscere una fede adulta. Una fede basata non solo sulla teoria, ma una fede di azione, che agisce per necessità personali e sociali; una fede che si guarda attorno e che vede i bisogni degli altri, che si mette in relazione con Gesù chiedendogli di intervenire per aiutare un bambino in attesa di un’adozione come unica possibilità per vivere la sua infanzia serena, crescendo libero dalla solitudine e dalla sofferenza dell’abbandono, nel calore di una famiglia, amato da una mamma e da un papà

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