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Partecipare alla costruzione del regno di Dio, sconfiggendo con l’accoglienza il male disperato dell’abbandono

Domenica 2 giugno (solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo). Cristina e Paolo Pellini (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo Marco (Mc 14,12-16.22-26)

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 14,12-16.22-26)

Il primo giorno degli àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Il commento Cristina e Paolo

Gesù celebra la Pasqua con i suoi apostoli e istituisce l’eucarestia. È uno dei momenti fondamentali della sua e della nostra vita. Il pane e il vino che accompagnavano l’agnello nella cena pasquale ebraica, d’ora in avanti saranno il suo corpo e il suo sangue. Gesù così spiega agli apostoli il senso di quello che accadrà di lì a poco: la sua ingiusta morte violenta e la sua resurrezione. Il vino è il suo sangue versato “per molti”, versato in realtà per tutti, perché quel “molti” in ebraico non è limitativo. Siamo dunque tutti chiamati alla salvezza. Tutti, senza alcuna limitazione, significa anche quanti non lo conoscono, quanti nel dolore non sentono vicino il Padre e il Figlio che si è fatto uomo soffrendo come noi e per noi. Non un dio in trono, ma un Padre che, nella carne del suo unico Figlio, si è donato come ogni genitore dovrebbe fare. Accogliere, crescere, educare un figlio comporta una corporeità, una fatica fisica e una gioia nel quotidiano a prescindere dall’aver generato soffrendo le doglie del parto. Dio Padre ci ha insegnato questo: essere genitori è dare la propria vita a un figlio che dipende in tutto dai genitori e dal quale i genitori dipendono. Genitori e figli sono intrinsecamente legati dal disegno di salvezza che il Signore ha scritto per ognuno di noi.
Per questo l’eucarestia, che non è solo il ricordo di un Dio che un tempo si è fatto uomo ma è Dio che nel pane diventa cibo di vita, è il legame tra i figli adottivi e il loro Padre come Paolo ci insegna: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!» (Rm 8,15)”.
Ci salveremo se ci ciberemo degnamente del corpo di Gesù e berremo degnamente il suo sangue: cibo di vita e di salvezza che ci comunica lo Spirito, donandoci la forza per accogliere quei figli che non hanno avuto l’annuncio.
Gesù ha istituito l’eucarestia per vivere in noi: “E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me (Gal 2,20)”.
L’eucarestia è quindi ciò che ci fa partecipare all’amore di Dio e ci rende capaci di fare ciò che lui ha fatto per noi: donare la nostra vita ai figli, nonostante il dolore, nella certezza di sapere di poter resistere alle avversità e anche di gioire degli anticipi di salvezza.
Infatti, Gesù preannuncia che, oltre a farlo quotidianamente con l’eucarestia, berrà ancora vino con gli uomini “nel regno di Dio”. Annuncia che dopo la fine dei tempi, dopo il giudizio universale, noi uomini ritroveremo il nostro corpo, ritroveremo un mondo nuovo (cieli e terra nuova) e berremo del vino insieme a lui! Ma questo regno inizia qui e ora se viviamo in lui. È una prospettiva meravigliosa, estremamente incoraggiante, a cui spesso pensiamo poco, presi come siamo dalle quotidianità su cui abbassiamo lo sguardo senza riuscire a vedere oltre. È così che il dono di un figlio, lo stupendo coinvolgimento nell’opera creatrice di Dio, può diventare solo un problema.
L’eucarestia è allora il modo per alimentare il nostro spirito e mantenere lo sguardo alto con la sicurezza, la speranza e l’entusiasmo del partecipare nella costruzione del regno di Dio, qui e ora nella carne e nella fede, sconfiggendo con l’accoglienza il male disperato dell’abbandono.
Ti preghiamo Spirito Santo, dona a noi l’entusiasmo nell’azione e la resistenza, psicologica e spirituale, nel tempo, in modo che non prevalgano su di noi gli inevitabili momenti di scoraggiamento e di stanchezza. Amen.

 

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