Domenica 5 maggio (VI domenica di Pasqua). Piera e Francesco Ferruccio (Gruppo famiglie Regione Abruzzo) commentano il passo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-17)
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-17)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Il commento di Piera e Francesco
Tema centrale del Vangelo di Giovanni proposto questa domenica è l’amore reciproco. Gesù ci vuole sottolineare che l’amore non può essere a senso unico e, in questo passo, ce lo ricorda per ben tre volte, perché sa quanto sia complicato per noi vivere l’amore reciproco. Gesù sa quanto sia complicato per noi donare amore gratuitamente soprattutto quando l’altro ci giudica, ci umilia o semplicemente approfitta del nostro amore. Ecco, allora, che ci chiudiamo in noi stessi, abbassiamo lo sguardo, quasi per paura di incrociare lo sguardo amorevole di Gesù sulla croce che ci ricorda di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato.
Gesù ci ha donato amore perché sa che non si può amare se non si è amati o non si è stati amati. Spesso, noi dimentichiamo l’amore di Gesù o pensiamo di non essere degni del suo amore e abbassiamo lo sguardo per vergogna o paura. Dio, però, è misericordioso e comprende i nostri limiti. Non ci chiede grandi cose, non ci chiede miracoli, ci chiede piccoli gesti d’amore verso il prossimo. Ci chiede un saluto, uno sguardo, un silenzio (una parola non detta) quando ci sembra impossibile. Ed è in quella parola non detta davanti a una provocazione che sta il nostro amore verso gli altri. E l’amore genera gioia.
Non è necessario essere ricambiati perché la gioia sta nel nostro atto d’amore verso il prossimo, verso i nostri figli che spesso scaricano la loro rabbia di essere stati abbandonati su di noi che accogliamo il loro grido di dolore con un abbraccio, nel tentativo di lenire la loro sofferenza e donando quell’amore gratuito senza nulla chiedere in cambio.
La nostra gioia sta nell’incontrare e riconoscere, attraverso gli occhi dei nostri figli abbandonati, gli occhi di Gesù in croce che ci ha amato e, quindi, noi amiamo.
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