Domenica 28 aprile (V domenica di Pasqua). Cristina e Fernando Carallo (Comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Lecce, Regione Puglia) commentano il passo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Il commento di Cristina e Fernando
In questo Vangelo di Giovanni, il Signore ci dice che la vita cristiana è rimanere in Lui. Per spiegare ciò usa l’immagine della vite. Questo “rimanere” è un “rimanere” attivo e reciproco, perché anche Lui “rimane” in noi.
Riflettiamo: i tralci senza la vite non possono nulla perché non passa la linfa che permette loro di crescere e dare frutto; ma anche la vite ha bisogno dei tralci perché è da loro che nascono i frutti. Quindi è un bisogno reciproco.
Nella vita cristiana c’è lo stesso bisogno reciproco della vite coi tralci. Noi abbiamo bisogno di Gesù, senza di Lui non possiamo nulla, Lui è la linfa che ci dà fede, forza, costanza, determinazione. Lui ha bisogno di noi per la nostra testimonianza, che rendiamo attraverso le opere buone, come Gesù ci insegna nel Vangelo. La nostra testimonianza permette alla Chiesa di crescere. In questo modo c’è un rapporto intimo tra Dio e noi.
Se pensiamo al nostro percorso di coppia e poi di genitori adottivi, comprendiamo come questo rapporto intimo con Dio si sia realizzato. Quando ci siamo sposati, noi volevamo realizzare una famiglia ed essere testimoni di fede e di amore. Purtroppo, per diversi motivi, a ciascuno di noi, biologicamente, non è stato possibile realizzare tale desiderio; in quel momento abbiamo avvertito che ci mancava la linfa: forse, per svariati motivi, veniva meno la fede che ci rende forti, determinati, e ci siamo sentiti come un tralcio che non porta frutto.
Il nostro cammino continuava e abbiamo cercato attraverso la preghiera e le opere buone di “rimanere” con Lui, così Lui ha permesso alla nostra mente e al nostro cuore di aprirci e abbiamo compreso che potevamo esercitare la “sterilità feconda”: in tal modo quel tralcio ha continuato a portare frutto.
Ora siamo testimoni di un amore vitale che è il grande “Miracolo” dell’Adozione. Esso continua con i nostri figli, espressione di “rinascita” a nuova vita. Nelle coppie che adottano è vivo quel rapporto intimo con Gesù che diventa testimonianza di generosità e amore vero, verso il bambino abbandonato. Tutto ciò dimostra quanto quel “Rimanere” sia attivo, riuscendo ad arrivare al tralcio, rinnovandogli la vita, continuando a compiere il grande miracolo che si chiama “Amore”.
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