Domenica 21 aprile (IV domenica di Pasqua). Elena e Pasquale Salvemini (Gruppo famiglie, regione Puglia) commentano il passo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Il commento di Elena e Pasquale
La liturgia ci porta all’interno del discorso del buon pastore. Qui, Gesù sviluppa in modo particolare la metafora del buon pastore, applicandola alla propria missione di inviato dal Padre per dare la vita al mondo e raccogliere tutti gli uomini nell’unità di un solo gregge e sotto un solo pastore. La caratteristica peculiare del buon pastore è che egli dà la vita per le sue pecore, a differenza del mercenario che le utilizza per i propri scopi egoistici. La totale opposizione tra buon pastore e mercenario si comprende davanti al rischio e al pericolo: il pastore non teme di dare la propria vita perché nessuno dei suoi venga perduto, il mercenario invece fugge per salvarsi la vita. Il dono della vita da parte del buon pastore è la piena manifestazione di quell’amore che lo unisce alle sue pecore, frutto della conoscenza reciproca. Il verbo “conoscere” indica la condivisione di vita e appartenenza reciproca: se tale rapporto sussiste tra il Figlio e il Padre, esso ora si estende alle pecore, che entrano in questa “conoscenza”, intesa come appartenenza esistenziale e amorosa, che unisce il Padre e il Figlio e muove il Figlio, quale buon pastore, a donare la sua vita per ognuno di noi e per la nostra salvezza.
Nel mercenario un po’ ci siamo rivisti quando cercavamo un figlio a tutti i costi, perché era un “nostro diritto avere un figlio”, ma poi quella che noi chiamiamo “LA MATTINA” qualcosa è cambiato: come dice Gesù “ho pecore che non provengono da questo recinto”. Sì, quella mattina ci siamo resi conto che il nostro diritto a essere genitori andava cercato altrove. Se all’inizio dell’iter adottivo cercavamo un figlio per noi, all’incontro con nostro figlio siamo arrivati con la consapevolezza che volevamo essere genitori per un bambino e che lui aveva il diritto di essere figlio. In Gesù buon pastore sentiamoci tutti chiamati ad aprire i nostri cuori alla diffusione della bellezza dell’adozione affinché quelle coppie che sono alla ricerca di un figlio si facciano genitori per un bambino che scruta l’orizzonte in attesa che arrivino papà e mamma.
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