Dentro il vento e il caldo di un’insopportabile estate, rileggo un semestre di ricordi e di speranze tra naufragi e tentativi di respiro
Uno degli incipit che più mi colpisce tornando indietro tra le parole di alcuni articoli scritti nel semestre passato è questo:
Novosibirsk 2003
– Signora italiana quanti figli ha?
– Non ho figli.
La “disgrazia” che mi era toccata passava di bocca in bocca. Dalla tabacchina, alla bottegaia, alla verduraia di BugrinskajaRosha. A 28 anni, in Russia, senza figli eri considerata un’attempata, cui era toccata la sventura della sterilità – uno stigma irreparabile e difficile da accettare. Perché il senso di essere a questo mondo è vivere, lavorare, procreare. Gli occhi di ognuna di quelle donne che continuavano a esclamare “poverina”, sembravano solo ricordarmi arcigni: “Tu sei in debito”. Punto.
Cominciava così la mia riflessione su un articolo in cui riponevo tutta la mia speranza per i bambini e le bambine italiane con l’arrivo del Presidente Draghi nel contesto della pandemia.
Oggi non posso dire di essere delusa e, anzi, quella che era una speranza nella competenza e nell’umanità di Draghi resta una conferma.
Ma, come altri, forse, mi sento spremuta, affranta, estenuata dalle tante cose che non accadono e non per colpa del Signor Presidente, bensì per un sistema endemico di feudalesimo gattopardesco in cui in molti cambiano solo apparentemente. Io per prima, forse. E non sempre in meglio.
Non si tratta di un giudizio paternalista ma di una presa di coscienza.
A oggi io mi sarei immaginata, non dico nel 2003 quando ero cooperante, ma nel 2007, quando ho iniziato il mio impegno sulle relazioni istituzionali, che tanto mondo che interpella le bambine e i bambini nelle emergenze umanitarie avrebbe fatto proprio l’impegno di dichiarare l’abbandono emergenza umanitaria con tutto ciò che ne consegue. 200 milioni di bambini fuori dalla famiglia! Manca il fiato se si pronuncia questa cifra consapevolmente: duecento milioni!
E sono solo stime. Immaginiamoci un nostro figlio, un nipote adorato, che un giorno intero attende sconsolato di rivederci e di gettarci le braccia al collo… Ora, moltiplichiamo per duecento milioni la sensazione che proviamo. Un giochino da spaccare il cuore. Eppure, sotto questo caldo, battezzato con un nome che è tutto un programma, davvero sembra di vivere in un girone dantesco, da cui si alzano mani disperate di madri che cercano di salvare i figli a ogni costo.
Per una trasformazione sistemica occorrono tempo, testa, lucidità, prudenza, fermezza, volontà. Direbbe un animo ragionevole. Ma quale trasformazione vogliamo operare?
Il cambiamento d’epoca che viviamo richiede, a mio avviso, responsabilità, umanità, lealtà e umiltà. Che andranno affermandosi nel tempo grazie a tante donne e uomini di volontà (Buona). Se saremo fortunati, vedremo i frutti fra trecento, cinquecento anni.
Intanto il mondo intorno a noi accade. E ora i decisori si rammentano dell’humana pietas da spartire nella comunicazione di massa che invita a un po’ di like divisi tra Haiti e Kabul.
La politica dei grandi stenta a trovare una forma dignitosa per riuscire elegantemente a mettere un punto “all’operazione compiuta”, mentre la società civile è ciò che esiste e resiste in mezzo “al resto di niente”, come direbbero a Napoli.
E noi, qui, con tanti colleghi, stiamo guardando verso l’autunno, per perseverare nel nostro impegno e per far riconoscere l’affido internazionale come forma stabile e strutturata di reciprocità e solidarietà tra le famiglie italiane e le famiglie in contesti di crisi nel resto del mondo, oltre i pur fondamentali e necessari canali umanitari che si aprono e si chiudono nei momenti di grande emergenza.
Tornano però forti e dure le parole di Luca (23, 29-31): “Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: ‘Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato’. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi’! E ai colli: ‘Copriteci’! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
200 milioni di bambini stimati fuori dalla famiglia, sono un orrore da cui non possiamo uscire indenni.
Marzia Masiello
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