“Solo attraverso il rispetto e la continua rinegoziazione dei significati si arriva ad un’accoglienza vera e propria e soprattutto reciproca”

Il flusso migratorio degli ultimi anni è sempre stato dinamico, a causa del quadro geopolitico internazionale. Ciò significa che i flussi migratori con destinazioni “Italia” e “Paesi europei” sono determinati da situazioni politiche (guerre civili e non, negazione dei diritti umani, regimi dittatoriali, povertà economica) e da criticità ambientali (carestie, desertificazioni, mancato accesso alle risorse primarie, malattie endemiche). Dopo il periodo dei grandi sbarchi sulle coste dell’Italia meridionale, dal 2019, a seguito di una nuova legislazione nazionale (vd. i cosiddetti “Decreti sicurezza”) e di una cambio delle politiche di accoglienza dell’Europa, i flussi migratori si sono modificati. Non sappiamo cosa ci aspetterà nei prossimi mesi ma possiamo imparare da quanto abbiamo vissuto in questi ultimi anni.
L’Italia tra accoglienza e chiusura
L’Italia è sempre stato un Paese che ha altalenato grandi slanci di accoglienza a forti proclami di arresto del fenomeno migratorio. Questa seconda tendenza, in voga al giorno d’oggi, ha provocato gravi fratture con quella parte della nostra popolazione che crede nel valore dell’accoglienza.
In alcune narrazioni, l’accoglienza viene sponsorizzata in maniera strumentale. Ecco due esempi:
“Nel vecchio continente serve manodopera! Dobbiamo accogliere migranti!”: in particolare, i Paesi dell’est Europa a questa riflessione rispondono chiedendo manodopera specializzata di religione cristiana. Il pensiero che sottostà a questa richiesta è che chi ha la stessa religione possa integrarsi più facilmente con la popolazione autoctona. Non sempre è così. Lo vediamo bene nella realtà di tutti i giorni. Vi sono alcuni settori in cui trovano sempre più impiego particolari tipologie etniche. Basti pensare agli allevatori/mungitori di nazionalità indiana (i cosiddetti sikh), le tante pizzerie e panetterie gestite da egiziani, le imprese edili albanesi, le badanti dell’est Europa, i corrieri latino americani … e così via.
“Il problema della denatalità in Italia può venire attenuato grazie alle famiglie numerose che tendono a crearsi gli immigrati”. Gli ultimi dati ISTAT segnalano perlomeno un rallentamento di questa tendenza. Gli immigrati hanno capito che una famiglia numerosa non produce ricchezza ed è difficile mantenerla. Rispetto a quanto invece succede nei loro Paesi di origine, dove la famiglia numerosa è “benedetta”, le politiche in Italia non premiano questa scelta.
I cortocircuiti dell’accoglienza
Da questi due esempi possiamo trarre qualche considerazione sui cortocircuiti dei percorsi di accoglienza familiare. Preferire certe provenienze piuttosto che altre crea un razzismo di secondo livello. In ogni caso, gli immigrati sono funzionali allo sviluppo dell’Italia, ma il fatto di scegliere le provenienze, crea immigrati di serie A e immigrati di serie B. I primi avranno la possibilità di accedere a maggior benefici perché più facilmente entreranno regolarmente nel mercato del lavoro. I secondi rischieranno percorsi di irregolarità, sia a livello documentale (mancanza di un permesso di soggiorno) sia a livello di illegalità (lavoro nero, spaccio, delinquenza).
L’arrivo di famiglie immigrate, spesso con donne gravide, ha incentivato la realizzazione di forme di accoglienza differenziate e specializzate. Al fianco di strutture di accoglienza per soli uomini, sono sorte così strutture per sole donne, per famiglie, per minori stranieri non accompagnati. Ciò è stato sicuramente positivo perché i bisogni, le necessità e i percorsi sono differenti. Questi ultimi sono stati pertanto valorizzati ma si è allo stesso tempo notata una rigidità di schema che ha prodotto risposte omogenee senza talvolta individuare percorsi personalizzati. Mi spiego meglio: nella categorizzazione della tipologia dell’immigrato, quest’ultimo ricadeva in prassi specifiche ma non sempre rispettose del suo passato e del suo futuro. Ecco qualche esempio:
Una famiglia composta da padre, madre e due bambini di 4 e 1 anno, di provenienza nordafricana: laddove nella cultura d’origine il ruolo paterno si esprime in maniera materialistica (l’uomo lavora per il sostentamento economico della famiglia), ci si è scontrati con valutazioni occidentali su come il padre trascorreva il tempo con i figli. In sostanza, la famiglia nordafricana è stata valutata e attenzionata con lo sguardo occidentale. Ciò ha significato una scarsa accoglienza della famiglia per quello che era veramente. L’intenzione parte dal presupposto che la vision occidentale sul tema è migliore, giusta, moderna. In realtà, la famiglia nordafricana non capiva gli sforzi e gli interventi del centro di accoglienza: questi ultimi erano anche orientati a privilegiare i bisogni dei minori e della donna, una prospettiva talvolta rovesciata nelle culture d’origine degli immigrati. Un padre diceva: “Solo se sto bene io, potranno stare bene mia moglie e i miei figli”.
Una donna nigeriana vittima di tratta: la specificità di questa giovane ha fatto scattare una serie di interventi di protezione che non l’hanno fatta sentire accolta, pertanto è scappata appena ha potuto. Le è mancata la libertà: di poter uscire da sola, di poter avere un cellulare, di frequentare i suoi connazionali. Tutti interventi giusti per la sua protezione ma che la giovane donna non era matura di interpretare.
I minori stranieri non accompagnati
Un pensiero a se meritano poi i minori stranieri non accompagnati. Sappiamo dalle statistiche che il 95% ha un’età compresa tra i 15 e i 18 anni. Il 63% è prossima alla maggior età e talvolta sono necessari esami medici per certificare l’età approssimativa. Questo capita quando non sono presenti documenti. La persona fatica ad esprimersi, si sospettano false dichiarazioni. Non esistendo esami scientifici che garantiscano la corretta età di chi si ha di fronte, di fronte al dubbio, è presunta l’età minorile. E’ capitato di accogliere quindi minorenni con bisogni da adulti, e non solo per via dell’età ma anche per una questione culturale. In alcuni Paesi di origine, non esiste il concetto di adolescenza; un minore di 10/12 anni, soprattutto se di estrazione culturale povera, può trovarsi già a lavorare.
Un ragazzino di 15 anni di origine albanese sosteneva di aver sempre lavorato in vita sua. Dall’età di 10 anni faceva pascolare un gregge di pecore e aiutava il nonno nella gestione di arnie per la produzione di miele. Difficile fargli capire l’importanza della scuola. “Ma in Italia non avete api e pecore?”. Eppure imparò l’italiano nel giro di 2/3 mesi. Era molto intelligente ma voleva lavorare. In materia, la burocrazia italiana non aiuta; fra documenti, pratiche e intoppi vari, il ragazzo si è spazientito e ha abbandonato la comunità.
Un giovane egiziano che ha appena compiuto 18 anni cerca lavoro: ha ripetuto per due anni la classe terza media, senza esito positivo. I limiti cognitivi e le difficoltà relazionali messe in atto con i professori e con i coetanei sono stati determinanti in questo fallimento. Frequenta spesso dei connazionali che hanno avviato piccole imprese, soprattutto pizzerie-kebab. Grazie al proseguo amministrativo ottenuto, si cerca di farlo ragionare sulle false aspettative che gli vengono proposte ma il richiamo della cultura d’origine è forte.
In conclusione mi piace sottolineare come in queste esperienze di accoglienza assistiamo a mondi culturali differenti che vengono a contatto tra loro: talvolta è un incontro, talvolta è uno scontro. Spesso, è un vissuto esperienziale che contempla entrambi. Solo attraverso il rispetto e la continua rinegoziazione dei significati si arriva ad un’accoglienza vera e propria, soprattutto reciproca. Eh si, anche chi accoglie ha bisogno di essere accolto!
Diego Moretti
Pedagogista di AIBC cooperativa sociale e responsabile d’area per i Servizi di sostegno alla famiglia offerti dal CEFAM – Centro Europeo Formazione Accoglienza Minori
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