Spettabile redazione,
anche questa volta sono rimasta molto colpita da un recente fatto di cronaca che ha visto una mamma abbandonare il proprio figlioletto appena nato, in una culla termica in prossimità di una Chiesa. Come tutte le volte che succedono questi fatti mi chiedo, perché le forze dell’ordine si ostinano a cercare con tanto accanimento quella mamma che ha preso la sofferta decisione di non rivedere mai più suo figlio? In questo caso poi, la mia perplessità è ancora più evidente perché, a mio parere, la scelta di collocare il figlio in una culla termica, dimostra la disperazione di questa mamma che ha voluto regalare un futuro diverso al proprio figlio. Cosa ne pensate?
Grazie
Antonella
Cara Antonella,
la ringrazio per questa domanda, che le confesso, anch’io mi faccio, ogni volta che assisto a fatti del genere.
Questa donna, ma chiamiamola pure mamma, perché lo è stata, avrebbe potuto abortire. Non l’ha fatto. Avrebbe potuto disfarsene subito dopo la nascita. Non l’ha fatto. Avrebbe potuto abbandonare suo figlio in un luogo sperduto, in un cassonetto o chissà dove. Non l’ha fatto.
L’ha collocato in un luogo protetto, in una culla termica, perché potesse essere salvato, salvato proprio “dalla perdita della madre e del padre”.
La donna che ha portato in grembo questo bambino, ha lottato e sofferto per dargli un’occasione di vita. Di più non poteva fare o non se l’è sentita di fare. Così a pochi giorni dal parto, la donna ha lasciato il bimbo, ben accudito in un luogo, la culla termica di una chiesa, perché voleva essere sicura che qualcuno avrebbe immediatamente ritrovato il suo bimbo .
Sappiamo poi cosa è successo: scattato subito l’allarme collegato alla culla termica, il bambino sano e salvo è stato immediatamente consegnato alle cure dell’ospedale più vicino, ma anche immediatamente sono scattate le ricerche della donna da parte delle forze dell’ordine con sistemi che dovrebbero essere riservati a dei criminali, Non ad una mamma.
Come sempre capita, in queste occasioni, nei confronti delle donne che abbandonano il proprio figlio parte la caccia, tra analisi di video registrati dalle telecamere di sorveglianza collocate nei dintorni, segnalazioni e chi più ne ha, più ne metta.
Ma perché tanto accanimento?
Occorre veramente una legge che stabilisca che nei confronti delle persone che depongono un bimbo in una culla termica o comunque in un luogo sicuro tale da far scattare un immediato allarme, non si debba procedere ad alcuna ricerca .
Perché a ben guardare, Il gesto disperato di questa donna non è un abbandono, ma un dono d’Amore. A suo figlio ha donato la vita e con essa la possibilità di vivere con una mamma e un papà in grado di accoglierlo. Ma questo figlio è anche il dono che questa donna ha fatto ad un’altra donna che nemmeno conosce per permetterle di diventare mamma. L’amore di una mamma che rinuncia alla propria maternità per dare una possibilità di vita migliore al suo bambino non è meno forte di quello di una madre che sceglie di crescere il proprio figlio anche in condizioni estreme. L’abbandono in questo caso è una scelta d’Amore. Doloroso, assoluto.
Nel mio libro “…Ma Dio tace.” Abbandono, Speranza, Adozione. (Ancora edizioni esaurito, ma è in via di pubblicazione la seconda edizione) ho provato ad immedesimarmi nel dialogo che intercorre tra una mamma che abbandona il figlio e il suo bambino:
«… Ti lascio: da sola non riesco a salvarti, a far di te un figlio, ad amarti e ad essere amata da te. Sacrifico il mio amore di mamma per salvarti: rinuncio a te. Ti lascio e spero che tu ti possa salvare: io non sarò più con te, ma ti amerò per sempre. Donerò questo amore di mamma a chi ti accoglierà: sarà lo stesso amore, ancora il mio amore per te. Perché tu possa rinascere, in questo amore, a una nuova vita… Ti lascio per farti rinascere. Ti lascio per farti risorgere. Ti lascio per darti la libertà di amore. Ti lascio perché tu possa essere un figlio… un vero figlio!» (pag. 86)
Marco Griffini
Comunità “La pietra Scartata”
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