Spettabile redazione,
mi chiamo Andrea e sono un genitore adottivo. Da qualche tempo ho scoperto il vostro sito che seguo con piacere. Tra i vari argomenti trattati mi hanno colpito in particolare gli articoli dedicati alla “spiritualità della adozione”. Non avendone mai sentito parlare in altri ambienti, nemmeno ecclesiali, potreste spiegarmi qualche cosa in più sulle sue origini (da dove e come nasce?) e quale sarebbe la sua finalità?
Grazie per la vostra disponibilità
Andrea

Caro Andrea,
la ringrazio per questa sua interessante domanda, perché mi permette di ricordare a me stesso le origini di quella che è forse la “scoperta” più importante della storia di Amici dei Bambini: la spiritualità della adozione.
Per rispondere alla sua domanda, ho ritenuto opportuno coinvolgere mia moglie Irene, che ha fondato con me, 38 anni fa l’associazione Amici dei Bambini e che, tutt’ora, è sempre al mio fianco nel “tenere le redini” delle realtà associative via via create nel tempo.
“Cara Irene, oggi mi hanno chiesto quando è nata la nostra spiritualità: tu che dici? Non è forse nata in quel giorno in cui i nostri occhi non si sono più incrociati come sguardi di amici, ma si sono esposti, indifesi, al fuoco della passione?
La stessa emozione che oggi, dopo ben 54 anni di vita insieme, giorno dopo giorno, ritroviamo, nuovamente stupiti, all’annuncio di una nuova rinascita: “è stato adottato Felipe dal Brasile!”
La storia di Amici dei Bambini non è il racconto della vita di una famiglia, e poi di un’altra, e un’altra ancora? Non … è la nostra storia, non è la nostra vita?
Perché Ermanno e Teresa, quella coppia di coniugi mai vista prima, hanno bussato alla nostra porta in quel lontano ottobre del 1983? Ma chi poi, in realtà, ha bussato?
Era già tutto scritto nei tuoi occhi e custodito nei nostri cuori: così la rivelazione della nostra sterilità non ci ha colti impreparati. Avevamo già creato tanto spazio dentro noi; lì vi era posto per tanti, per tutti: racchiuderla nel pugno e stringere fino a sentirla, vera, viva, questa affascinante fecondità.
La scoperta della grazia della sterilità feconda
Certo ci sono voluti anni per riconoscerla – la grazia di una sterilità feconda – ma già allora percepivamo che era parte integrante di noi due, come se ci fossimo incontrati appositamente per questo.
Abbiamo “aperto” anche quella sera: sulla soglia il senso di una chiamata. Poi tutto è accaduto troppo in fretta. Una cosa, ora, mi è chiara: quella volta. Qualcuno, di certo, è entrato nella nostra casa.
Ci siamo così ritrovati a raccontarci per telefono: Paesi e luoghi sempre più lontani; ma “bisognava” andare. Eh sì! Perché quella porta non si è più richiusa e pieni di stupore e stordimento accoglievamo chi riponeva in noi due, proprio in noi due, la speranza della vita, al di là di una ingrata sterilità.
Chi non l’ha sperimentato non sa cosa rappresenti il sorriso di un figlio adottato. Noi due ne eravamo ben coscienti ed è in forza di quel sorriso che quasi senza renderci conto ci siamo trovati in tanti e tutti entusiasti: “i bambini abbandonati hanno bisogno di chi ha già accolto uno di loro”.
La costituzione formale dell’Associazione, avvenuta nel gennaio del 1986 – poco più di due anni dopo la “prima” adozione – sancisce il primo pezzo di strada del movimento di famiglie: quel gruppo di amici aveva deciso di impegnarsi seriamente.
Quanta strada percorsa dalla prima adozione
Amici dei Bambini cresceva: Paesi e frontiere sempre nuove come se vi fosse qualcosa di insaziabile in noi. Non vi era limite o ostacolo così impegnativo da dissuaderci dal tentare: ovunque un missionario o una suora ci rappresentava una situazione di emergenza nella quale vi erano dei minori abbandonati, rispondevamo, così, semplicemente, come si fa in ogni famiglia all’insorgere di un problema e… partivamo.
A nessuno “pesava” un impegno che via via diventava sempre più quotidiano: le adozioni crescevano, le famiglie anche, progetti, iniziative, sedi … Amici dei Bambini era diventata parte di noi: “è la mia vita” rispondevi sorridendo a chi ti chiedeva quale significato avesse il tuo impegno associativo.
Una sfida dopo l’altra, l’ansia di non accontentarsi mai, senza alcun timore né esitazione.
Eppure, ero là, eravamo là e la tua voce in ogni dove mi raggiungeva: “Ovunque sarai, io sarò sempre al tuo fianco”
L’ostinazione e la caparbietà di tentare e ritentare … ancora una volta… ancora di più: ma che cosa cercavamo? Che cosa, chi non riuscivamo ad incontrare?
Di incontro in incontro, di Paese in Paese, di bambino in bambino, alla fine siamo arrivati a Lui.
Chi accoglie uno di questi bambini, nel mio nome, accoglie me
Noi piccoli discepoli di Emmaus, persi nei nostri discorsi, affannati in un continuo “andare e ritornare”, tenevamo gli occhi ripiegati solo sul nostro cammino e sui passi che, uno dopo l’altro, lo segnavano. Eppure, sarebbe stato sufficiente alzare, un po’, lo sguardo fino ad incrociare gli occhi di chi, camminando con noi, aveva affidato proprio a noi la sua piccola mano.
Ce n’è voluto del tempo per comprendere, per ritrovare in altri sguardi la stessa, identica passione del nostro primo incontro! Avevamo finalmente capito!
Dovevamo mettere in comunione fra le nostre famiglie non solo l’impegno, il lavoro e le responsabilità, ma – anche e soprattutto – la nostra fede.
“Chi accoglie uno di questi bambini, nel mio nome, accoglie me” e il bellissimo passo del Vangelo di Marco veniva inciso non solo nel muro di ingresso della nostra sede, ma soprattutto nei nostri cuori. Ci sentivamo coinvolti, ispirati… chiamati e forse, con una parola più grande di noi, ci siamo definiti una “Comunità di famiglie” e, chissà come, e dove, ma fu naturale, intitolare la raccolta di tutto quanto avevamo scritto fino ad allora, circa le riflessioni sull’accoglienza dell’infanzia abbandonata: “La Pietra Scartata”.
Nasce la Pietra Scartata
Mai versetto di un salmo ( 117 : ” La pietra scartata dai costruttori , è diventata testata d’angolo ) fu più azzeccato per significare l’esperienza dell’adozione: i nostri figli abbandonati che diventano, grazie ad un gesto di Amore, l’opera meravigliosa e fondamentale della nostra vita. Veniva così “celebrata”, un’intesa fra le famiglie al fine di dedicarsi al servizio dei bambini abbandonati.
Iniziammo a pregare, per la prima volta, tutti insieme: ritrovammo i Salmi, “eletti” a preghiera comunitaria, da recitare in ogni nostro incontro e, quotidianamente, nell’intimità delle nostre case.
Anche noi due, ritornammo a pregare: il momento più vero di ogni giornata passata accanto a te, quando le mie labbra ti svegliano e unite alle tue, lodano il Signore per lo stupore e la gioia della vita.
Su quel cammino certamente c’era anche Lui: lo percepivamo; la sua presenza, ci accompagnava per lunghi tratti; ascoltavamo, ora con più convinzione, la sua parola; a volte c’era come qualcosa che ci affascinava, in un volto, in un sorriso…
Insomma, ci eravamo accorti di non essere più soli: nel nostro impegno per accogliere il bambino abbandonato c’era anche Lui ed era proprio con noi. Ma… l’avremmo mai incontrato?
“Signore, dammi la grazia di incontrarti lungo questo cammino che ho iniziato insieme a questi miei amici” sono le parole conclusive dell’introduzione a “la Pietra Scartata”.
E l’incontro… ci fu! Sbalorditivo, immediato, dirompente: era sempre stato là! Ma chi l’aveva mai visto?
L’incontro con Gesù Abbandonato: il mistero dell’Abbandono
Là su quella croce: Gesù Abbandonato dal Padre, proprio come uno dei nostri figli adottati! E il suo urlo tremendo “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Chi l’aveva mai sentito?
Da quell’incontro cambiò radicalmente tutta la vicenda di Amici dei Bambini; la realtà dell’abbandono si apre al mistero stesso e da questo ne viene illuminata e fecondata: l’abbandono rivela un immenso e incomprensibile atto di amore, il senso più alto e vero di un dono.
Non solo le nostre attività vengono rilette e rivisitate alla luce del mistero dell’abbandono, ma anche la nostra fede riceve nuova linfa vitale e una spinta propulsiva inimmaginata; nasce la spiritualità dell’adozione.
Il grido dell’abbandono lacera ogni anfratto dei Paesi nei quali lavoriamo e l’imperativo diventa categorico: “entrare negli istituti, questa è la priorità; e tirare fuori i bambini per metterli in una famiglia”.
Urlano, urlano e noi ora li sentiamo urlare ovunque: in Brasile, in Russia, in Marocco, in Nepal… in Italia. Si staglia davanti a noi una montagna immensa, infinita: l’emergenza dell’abbandono, la IV emergenza umanitaria del XXI secolo! Contro quella parete ci scagliamo, con la veemenza e la sconsideratezza di chi non ha più nulla da perdere: là ci sono dei bambini da salvare dalla perdita di un padre e di una madre.
Accogliere il grido di Gesù/Bambino Abbandonato
La battaglia è iniziata: queste poche famiglie, sostenute dal coraggio di chi ha conosciuto l’amore, si lanciano in una avventura più grande di loro. Il mandato è uno solo: accogliere il grido di Gesù/ Bambino Abbandonato.
E i nostri volontari partono per ogni Paese del mondo per portare la speranza della salvezza. Le nostre famiglie li seguono per testimoniare l’incontro con il Cristo Abbandonato e annunciare la salvezza dell’accoglienza, la rinascita della Risurrezione.
E tu, sempre al mio fianco. Instancabile presenza, capace di violare ogni più remota frontiera: in ogni bambino ritrovavo il tuo sorriso e la tua fiducia in me alimentava irresistibilmente la mia speranza.
Eccola la speranza: là sulla croce vi è un secondo urlo più forte di quello dell’abbandono. È l’urlo della speranza, di chi non si rassegna, nonostante l’apparente sconfitta, di chi ancora crede, nonostante l’abbandono.
La speranza contro ogni speranza: è questo il vero urlo del bambino abbandonato. Finalmente abbiamo imparato non solo ad ascoltarlo, ma anche ad accoglierlo; siamo entrati nel suo mondo, siamo scesi dalle nostre sicurezze, presunzioni, paure e ci siamo inginocchiati di fronte a lui, un semplice bambino abbandonato. Lo abbiamo guardato diritto, negli occhi: è il riflesso di nostro figlio e la sua voce, ora, è fin troppo chiara: “perché sono ancora qui abbandonato?”.
Anche se non sono colpevole del tuo abbandono, sono comunque responsabile di tutti gli abbandoni del mondo! La responsabilità di tenere viva quella speranza, di alimentarla con la fede e la preghiera, di accoglierla con le opere e una instancabile attività: finché vi sarà un bambino abbandonato, il nostro impegno non cesserà!
Ecco in definitiva il fine ultimo della spiritualità della adozione: testimoniare ed annunciare la salvezza per ogni bambino abbandonato del mondo!
Marco Griffini – Comunità La Pietra Scartata
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