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Può il digiuno contribuire a fermare una guerra?

La Chiesa propone la pratica del digiuno per diverse intenzioni tra cui anche la pace nel mondo, ma in molti si interrogano sul senso di tale invito e di questa prassi

Recentemente sul portale di notizie e informazioni online “Aleteia” è stata riproposta la questione circa il senso del digiuno, personale e/o collettivo, e i suoi possibili effetti sulla vita, nelle relazioni interpersonali, sociali e internazionali.
P. Kosloski, nel considerare come la Chiesa proponga la pratica del digiuno per diversi intenzioni tra cui, recentemente, per la pace nel mondo, riprende un semplice quesito molto diffuso tra le persone: “com’è possibile che il mio digiuno possa fermare una guerra? Che cosa c’entra ciò che mangio o non mangio con la pace nel mondo?”
Mentre consideriamo opportuno chiarire l’assenza di una qualsiasi pretesa magica e ingenua di tale prassi, il giornalista suggerisce alcune riflessioni circa le possibili “utilità” del digiuno, meglio comprensibili, riteniamo, quando il digiuno è inserito e vissuto in un più solido contesto di fede e di preghiera.
Nel richiamare alcuni appelli al digiuno promossi dai Pontefici nel corso della storia e il loro possibile contributo alla risoluzione positiva dei conflitti, il cui riscontro è affidato alla diagnosi degli eventi proposta precedentemente da altri autori di Aleteia (cfr ad es. G. Marcotullio), vengono proposte alcune plausibili ragioni per cogliere il senso di accompagnare la prassi della preghiera, vissuta nella fede, con quella del digiuno.
Secondo tali autori questi sarebbero alcuni motivi, tra i diversi possibili, che renderebbero utile il digiuno:

  • Il digiuno “piegherebbe” l’orgoglio dell’uomo. Poiché ogni guerra nasce dall’orgoglio di qualcuno, digiunando avremmo l’opportunità di riconoscere di essere fratelli di soggetti orgogliosi e di essere orgogliosi come i nostri fratelli guerrafondai; il digiuno orante diventerebbe, quindi, una richiesta a Dio di conversione di tutti i nostri cuori.
  • Il digiuno conduce a una preghiera umile. Una preghiera che viene formulata senza la presunzione di elevarsi a portatori di valori superiori rispetto agli altri: il fariseo descritto da Gesù in alcune parabole digiunava, ma vantandosene ne fece un gesto vano, lo svuotò del suo autentico significato.
  • Il digiuno porta chi lo pratica a esprimere compassione verso le vittime dirette della violenza e della guerra. Non abbiamo alcun merito se siamo “di una parte”, forse “giusta”, del mondo; non solo, forse è proprio il nostro essere “di una parte” che ci rende in qualche modo causa concorsuale della sofferenza altrui.
  • Il digiuno interrompe le dinamiche del consumismo. Il digiuno consente di ricondurre all’essenziale e rende evidente che è possibile vivere senza il superfluo, senza ciò che l’opulenza e il consumismo tipico della nostra società induce a considerare “essenziali”: si profila conseguentemente la prospettiva di uno stile di vita essenzialmente sobrio, istruita ad un’ecologia integrale che restituisce dignità all’espressione “giusto e solidale”.

Il digiuno, quando orante, può aiutare, sia a livello personale che comunitario, a cogliere la necessità e l’urgenza della pace come dimensione delle relazioni vissute secondo giustizia e dignità.
Il digiuno orante consente agli uomini di esprimere a Dio l’invocazione e l’implorazione affinché cambino i cuori di quanti sono artefici e coinvolti nella guerra, senza tuttavia ritenere superfluo il decisivo discernimento per la pace e la giustizia sollecitato da Dio e rivolto a tutte le persone, in particolare a quelle di “buona volontà”.
Come ha proposto Papa Leone XIV in occasione del Messaggio per la Quaresima 2026

“il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

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