Ottiene l’ok della Camera la proposta di legge che reintroduce il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, come nuovo giorno festivo in Italia
Un giorno di festa nel nome di San Francesco d’Assisi, come “richiamo alla pace, alla coesione e alla lezione di fede e spiritualità”. Con queste parole, l’on. Maurizio Lupi ha spiegato la proposta di legge presentata da Noi Moderati per rendere il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, nuovamente un giorno festivo, come è stato, in Italia, fino al 1977.
Un messaggio di pace
La proposta è già stata voltata alla Camera, dove ha avuto una larghissima maggioranza, e ci si aspetta che accada altrettanto al Senato, visto il sostegno bipartisan che vede pochissime eccezioni.
Dal 2026, quindi, proprio nella ricorrenza degli 800 anni dalla morte di San Francesco, quella che è già considerata come festività civile e, dal 2005, é la Giornata della pace e del dialogo interculturale e interreligioso, tornerà a essere “segnata in rosso” sul calendario italiano. Con tutto ciò che ne consegue.
Dal punto di vista pratico significa un giorno in più di vacanza dalla scuola e dal lavoro (con le solite eccezioni di chi non può smettere di lavorare anche nei giorni festivi, dai medici alle forze dell’ordine), ma a contare è soprattutto il valore simbolico di questa decisione, che arriva in un momento della storia del mondo in cui è più che mai urgente la necessità di forti messaggi di pace.
E quale messaggio più forte può esserci che non tornare a evidenziare la figura di un Santo che rinunciò a tutto per farsi povero e servire gli altri? Che, dopo aver combattuto e sperimentato la violenza della guerra, aprì il suo cuore alla conversione, alla “compassione per i piccoli del mondo” e, come scrive Avvenire: a “quella febbre d’amore che lo porterà a predicare la fratellanza verso ogni creatura”?
Una santità alla portata di tutti
In questo, Francesco è veramente il santo da seguire; l’uomo che ebbe il coraggio, nel 1219, mentre infuriava la quinta crociata, di salpare da Ancona per raggiungere il sultano al-Malik al- Kamil, e proporre direttamente a lui, il “nemico”, un’offerta di pace?
Fu, davvero, una “follia” che aprì la strada al dialogo, magari non nell’immediato, visto che il sultano non si convertì (ma ascoltò Francesco e ne riconobbe il carisma, volendo instaurare con lui una amicizia), ma che rimase come esempio storico della possibilità di dialogare anche tra nemici e tra culture e religioni differenti. Ricorda Avvenire come questo esempio non è utopia, perché lo stesso fece nel 1992 Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, marciando con 500 altri uomini disarmati nel cuore di una Sarajevo devastata dalla violenza. Anche in quel caso non fu l’episodio che risolse il conflitto, ma finché quei 500 uomini restarono, la guerra si fermò!
Sono questi gli esempi che anche le due proposte di legge presentate sottolineano, puntando al riconoscimento di una festa che è simbolo di “Pace, fraternità, solidarietà, tutela dell’ambiente”.
Una festa che celebra il Santo che, di fatto, inventò quella pace “disarmata e disarmante” che papa Francesco, prima, e Papa Leone XIV, dopo, hanno continuato a proporre al mondo come unico possibile antidoto alla violenza cieca che non vuole il dialogo.
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