Riportiamo un interessante dibattito tra il Presidente di Ai.Bi. e una mamma adottiva sulla possibilità di rispettare la cultura delle origini di un bambino abbandonato, ma facilitare nello stesso tempo la sua adozione
A riprova di come gli argomenti che ruotano intorno all’adozione internazionale e alle sue implicazioni sociali, etiche e culturali siano sempre molto interessanti e “sentiti”, in seguito a una notizia pubblicata sul sito de La Pietra Scartata nella quale ci si interrogava se per un bambino abbandonato che vive in un orfanotrofio fosse più importante imparare a leggere e scrivere nella propria lingua e conoscere la propria cultura o poter vivere da figlio all’interno di una famiglia, ovunque essa sia, abbiamo ricevuto una risposta molto interessante e puntuale in seguito al post Facebook che riportava il link all’articolo.
Rispetto delle origini per fornire ai figli “i giusti strumenti” per decidere…
Ha scritto la signora Nadia:
“Una cosa non esclude l’altra. Mantenere vive le radici dei propri figli penso sia fondamentale, l’essenza dell’adozione internazionale. Un dovere nei loro confronti ma anche un incredibile arricchimento per l’intera famiglia. Vedo troppa leggerezza nel cambiare i nomi di origine, nel non cercare le comunità del Paese di provenienza dei propri figli qui in Italia. Poi saranno loro a scegliere se e quanto coltivarle, ma è nostro dovere fornire loro gli strumenti. Credo”.
… ma senza difendere per principio il mito dell’etnia originaria
Un parere argomentato ed efficace al quale il Presidente di Ai.Bi. e direttore di AibiNews ha risposto così:
“Cara Nadia, grazie per il suo commento.
Certo che è importante mantenere vive le radici di un minore adottato da un altro Paese, e sono completamente d’accordo con lei sulla cattiva abitudine di alcuni genitori adottivi di cambiare il loro nome o di aggiungere un “ridicolo” nome italiano al loro originario. Il nome è forse l’unica cosa che possono conservare del loro passato e va assolutamente rispettato e accolto come un dono prezioso. Ho visto personalmente molti bambini adottati andare fieri ed essere orgogliosi dei loro nomi così diversi dai nostri!
La mia riflessione voleva però mettere l’accento su un altro aspetto: quello del mito della etnia originaria, della cultura del Paese d’origine.
In più di 40 anni che mi occupo di adozione internazionale, ho visto troppi Paesi chiudere le possibilità dell’adozione internazionale dei loro minori abbandonati perché, a loro giudizio, era più importante preservare la cultura di origine, la propria etnia e via dicendo, rispetto al diritto di avere una famiglia, anche se straniera, e dover così lasciare il proprio Paese e vivere in una cultura differente dall’originaria. Ma mi chiedo: “Come può apprezzare la propria cultura di origine un minore abbandonato in un orfanotrofio? La preoccupazione principale per lui non è forse la legittima aspirazione ad avere un padre e una madre, come dovrebbe averli ogni bambino che nasce su questa terra? Non è forse questo il diritto più importante e fondamentale per lui?”. Molte volte, noi adulti, quando vogliamo trattare di diritti dei minori, ragioniamo con la nostra testa, senza provare a metterci dalla parte del bambino di cui stiamo dissertando. Se imparassimo, viceversa, a cercare di vedere la realtà con gli occhi di un bambino abbandonato… come cambierebbe il mondo e anche il destino di milioni di minori abbandonati! Un caro saluto.”
“Marco Griffini, questo assolutamente. Ogni bambino ha diritto di tornare a essere figlio. So che i protocolli internazionali prevedono che se l’adozione non è possibile nel Paese di origine, nell’interesse superiore del minore (che trovo sia una frase bellissima) va presa in considerazione l’adozione internazionale. Non sapevo di ostruzionismi vari.
P.S. Noi abbiamo mantenuto anche il cognome dato dall’istituto a nostro figlio e trasformato in un secondo nome. Il nostro Ente ci ha detto che in 25 anni siamo stati i primi a fare questa richiesta.
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