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Il Signore ci mette fra le braccia i suoi figli più fragili e ci chiede di collaborare con Lui per rendere più bella la sua creazione del mondo

Domenica 19 novembre (XXXIII domenica del tempo ordinario), Jussara Rita, Renata e Giovanni Solfrizzi (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-15.19-21)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-15.19-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”».


Il commento di Jussara Rita, Renata e Giovanni

“Chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni”.
Questa frase del Vangelo ci ricorda che tutto inizia da una chiamata. Tutti noi abbiamo un’oggettiva responsabilità nel mondo, siamo chiamati a dare il nostro contributo, piccolo o grande che sia, per portare a compimento l’opera creatrice di Dio. E Dio non solo ci chiama, ma ci dona anche tutto il necessario, tutti i talenti che ci servono per dare il nostro contributo, anche se molto spesso – quasi mai verrebbe da dire – noi non ce ne rendiamo conto immediatamente. Capita così a tutti, in qualunque situazione della vita, e il primo compito che ci viene affidato è riconoscere questi talenti, questi carismi per dirla con San Paolo.
Così è anche per l’esperienza dell’accoglienza, cui tutti noi siamo chiamati verso il nostro prossimo. All’inizio tutto è, o almeno sembra, difficile: quando sentiamo di ricevere da Dio la chiamata a diventare genitori adottivi o affidatari ci sentiamo come mandati allo sbaraglio. Ma per scoprire i talenti che Lui ci dona – i figli che riceviamo, ma anche l’amore e la capacità di crescerli – dobbiamo affidarci senza chiudere gli occhi, strada facendo, davanti alle fatiche e alle cadute che inevitabilmente capitano, ma che accrescono e moltiplicano i talenti ricevuti.

Solo riconoscendo che già la nostra vita è un grande dono possiamo accogliere come un grande dono i figli che il Signore ci consegna attraverso l’adozione e l’affido. Dio ci consegna ciò che gli appartiene, ciò che gli è molto caro, e non è cosa da poco: i talenti della parabola avevano un grande valore e noi non siamo chiamati semplicemente a custodirli, ma a farli crescere, a farli diventare grandi, aiutarli a dare frutto, rischiando la nostra vita, mettendoci in gioco ogni giorno.
Il Signore ci mette fra le braccia i suoi figli più fragili e ci chiede di collaborare con Lui per rendere più bella la sua creazione del mondo. Sentiamo davvero una grande responsabilità, ma dobbiamo anche sentirci orgogliosi per essere stati scelti a questo compito e fiduciosi di poterlo portare a termine, con il Suo sostegno, ed essere così, un giorno, parte della Sua gioia.

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