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Leggere nel “no” del figlio la volontà di essere attore protagonista nella propria vita

Domenica 1 ottobre (XXVI domenica del tempo ordinario), Vilma e Sergio Barel (Gruppo Famiglie regione Friuli Venezia Giulia) commentano il passo del vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Il commento di Vilma e Sergio

La parabola di Gesù ci pone di fronte all’eterno dilemma del dire e del fare, del cambiamento, della conversione, dell’essere e dell’apparire. I due figli con il loro comportamento opposto, di ribellione e di compiacimento, ma con l’azione molto diversa dalla loro risposta, ci interpellano sul nostro modo di comportarci; “che ve ne pare?”, chiede Gesù.
In mezzo il pentimento, il momento di riflessione in cui ci si sente parte di una relazione con il padre più completa, dove l’amore prevale e si manifesta.
Spesso in tutti noi l’amore ha bisogno di tempo per manifestarsi e superare anche comportamenti errati, non adeguati, di rifiuto. Alla fine, mediante il pentimento che è il riconoscimento del vero amore del Padre, i nostri comportamenti cambiano.
Gesù guarda alla fonte, al bisogno di amore anche di chi è nel peccato come i pubblicani e le prostitute, tralasciando i “dettagli” di alcune nostre affermazioni se non addirittura dei peccati.
Nei nostri figli adottivi troviamo spesso la loro ribellione verso il mondo, la famiglia, noi stessi genitori. Il loro desiderio di esistere è un grido di attenzione, di essere riconosciuti come figli, e si manifesta spesso con atteggiamenti aggressivi o di rifiuto. In questi modi essi ci urlano tutti i giorni il loro desiderio di essere amati, di essere accolti e valorizzati, essere stimati come persone uniche.
Alla domanda: “Vuoi essere mio figlio?”, la risposta si evolve dal “sì” di opportunità iniziale al “no” adolescenziale della ricerca della consapevolezza di esserlo, di volerlo decidere e di poterlo dichiarare, “voglio essere tuo figlio e lavoro nella vigna con te”.
Sta a noi genitori leggere nel “no” la necessità di ricostruire la propria storia, scoprire il vero amore ed essere attori protagonisti nella propria vita, nell’essere figli nella nuova famiglia.
È questo il lavoro nella vigna: l’impagabile occasione di diventare partecipi dei suoi frutti gustosi, da condividere in famiglia. Ecco allora che le lacrime delle sofferenze diventano lacrime di liberazione a testimonianza che il processo della salvezza è iniziato.

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