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L’umiltà misteriosa di un bambino abbandonato: sperare contro ogni speranza di essere riconosciuto figlio 

Domenica 9 luglio 2023 (XIV domenica del Tempo Ordinario) Jussara, Renata e Giovanni Solfrizzi (comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Milano, Regione Lombardia) commentano il passo del Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Il commento di Jussara, Renata e Giovanni

Esattamente tre anni fa abbiamo avuto in sorte di poter offrire alla comunità – in occasione della preghiera mensile del S. Rosario per i bambini abbandonati – il nostro commento su questo passo del Vangelo di Matteo, così denso di significato per chi vive l’esperienza dell’accoglienza e, in particolare, l’esperienza genitoriale.

Abbiamo provato, con l’umiltà di chi non pretende di aggiungere ogni volta qualcosa di nuovo, a ripercorrere quel commento, scritto quando il lockdown era appena terminato e il mondo a fatica ricominciava a vivere, in apprensione per il pericolo che una nuova ondata si scatenasse, mentre ancora non si parlava di un vaccino. E, in qualche modo, fa un po’ rabbrividire rileggere le semplici parole con cui commentavamo la preghiera di lode al Signore: la rivelazione non è per i dotti e i sapienti, ma per i piccoli, che sono anzitutto i bambini innocenti e sinceri, umili non per scelta ma per condizione intrinseca. Per conoscere il Padre non occorre aver studiato e nemmeno avere l’esperienza di vita che ci rende saggi: è sufficiente l’umiltà di riconoscersi figli (“nessuno conosce ilPadre se non il Figlio”), la consapevolezza che nulla saremmo senza il Padre, una consapevolezza innata e istintiva in ciascuno di noi, dal momento in cui siamo venuti al mondo. Una consapevolezza talmente innata e istintiva da trasformarsi nell’unica forza in grado di tenere viva ogni giorno la speranza di quei bambini abbandonati in ogni parte del mondo – in un istituto piuttosto che davanti ad un videogioco – ai quali è negato il diritto di essere figli, la possibilità di avere una mamma e un papà di cui sentirsi figli, di avere dunque un Padre da conoscere.

Tre anni fa avevamo concluso il nostro commento sottolineando il contrasto, tutto umanamente bello ed esaltante, fra la difficoltà e l’incertezza di quei mesi, da una parte, e la straordinaria ed estatica contemplazione dei versetti finali di quel brano, l’esercizio di umiltà che ci rende possibile la rivelazione del Padre nel riconoscere che siamo noi, ognuno di noi, coloro ai quali il Figlio vuole far conoscere il Padre, il ristorare la nostra vita e sentire la leggerezza e la dolcezza del giogo che Gesù ci offre ogni giorno, in cambio della mitezza e dell’umiltà innocente e sincera del nostro cuore.

Oggi possiamo aggiungere che forse, nell’arco di questi tre anni, le difficoltà di quei primi mesi di pandemia sono state forse le più semplici. In seguito, ci siamo dovuti confrontare nuovamente con la malattia, proprio quando contavamo di averla sconfitta; abbiamo cominciato a conoscere il declino dei nostri genitori, e sperimentare la sofferenza di doverlo accompagnare sapendo che è irreversibile. In questi anni abbiamo ripetuto e ci siamo ripetuti, sempre più spesso, quanto siamo stati fortunati a godere della presenza di tutti e quattro i nonni così a lungo, per accettare la fatica di questi mesi quale “prezzo” di questa inestimabile fortuna, quasi a riconoscere la leggerezza di questo giogo.

Abbiamo sperimentato, in questi anni, la fatica di vivere in un ambiente di lavoro perfino ostile, al limite della disumanità. Ma quel che è peggio e che, al contempo, per certi versi ci consola, è stato dover constatare, se ci guardiamo intorno, che nemmeno siamo soli a dover vivere esperienza così “forti”, che molti le condividono con noi, sia pure nella diversità delle singole situazioni e spesso anche in un maggior silenzio e riservatezza che nessuno ha il diritto di violare. Infine, anche se si cerca di allargare lo sguardo solo un passo al di là della propria esperienza personale, la prima cosa che appare sono le minacciose nubi nere di una crisi economica globale e di una guerra che ogni giorno rischia di estendersi in qualche direzione, peggiorando ancor più la situazione.

Sembrerebbe di doversi quindi rassegnare, ognuno al proprio giogo. Ma ancora una volta, è sufficiente guardare negli occhi i nostri figli, che hanno sperimentato la speranza contro ogni speranza, per riconoscere quanto leggero e dolce è il giogo quotidiano che Gesù ci offre, gratuito e sovrabbondante. Se siamo stati capaci di restituire una famiglia ai nostri figli, allora possiamo ancora impegnarci e fare qualcosa, a cominciare dalla preghiera, per tutti i bambini che ancora attendono una mamma e un papà.

 

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