Domenica 2 luglio 2023 (XIII domenica del Tempo Ordinario) Cristina e Claudio Cafarelli (Gruppo famiglie Regione Lombardia) commentano il Vangelo secondo Matteo (Mt 10,37-42)
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,37-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Il commento di Cristina e Claudio
Il Vangelo di oggi ci chiama tanto a ragionare sulle priorità della nostra vita.
Che male c’è ad amare il proprio padre o la propria madre? … magari anche quando sono ormai anziani …
E che male c’è ad amare i propri figli, generati, adottati, in affido, … spirituali?
E che male c’è a voler evitare una “croce”? … con tutta la sofferenza che c’è in giro … Anche Gesù, nell’orto degli ulivi, ha pregato così: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!” (Lc 22, 42).
Allora perché Gesù è così duro in questo brano?
Forse basterebbe leggere il versetto fino alla fine? “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42).
Ecco che allora tutto si chiarisce.
Possiamo voler bene a tutti, anzi “dobbiamo”. E non per la sicura ricompensa che Gesù ci promette. “Dobbiamo” perché se riconosciamo di essere amati, non possiamo farne a meno: ci viene naturale. Sì, perché amare è nella nostra stessa natura, nel momento in cui riconosciamo di essere figli di Dio, amati.
Il fatto è che spesso ci chiudiamo in noi stessi, troviamo la soluzione dentro di noi.
Gesù, figlio di Dio, pregava in ogni momento libero e, nei periodi di particolare stress (quando tutti lo cercavano), si ritirava sul monte oppure usciva di notte a pregare.
E noi?
Un giorno ho sentito una citazione che suonava pressappoco così: “La preghiera è come il respiro: nessuno ci obbliga, ma non possiamo farne a meno”.
È questa la chiave della felicità, del bene.
Solo così saremo in grado di “perdere la nostra vita e trovarla”, di “accogliere Gesù e chi lo ha mandato”, di “dare da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli”.
E solo così avremo la nostra “ricompensa”: essere felici, vivere la nostra vita eterna, già qui, già ora.
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