Sabato 24 giugno 2023 (solennità della natività di san Giovanni Battista) Cristina e Fernando Carallo (Comunità La Pietra Scartata, Arcidiocesi di Lecce, Regione Puglia) commentano il passo del Vangelo secondo Luca (Lc 1,57-66.80)
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,57-66.80)
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Il commento di Cristina e Fernando
In questo passo del Vangelo di Luca, troviamo la figura di Giovanni Battista. Questa volta, egli è un bambino appena nato e porta con sé gioia e una speranza per tutti.
Secondo la tradizione giudaica, otto giorni dopo la sua nascita, il bambino viene portato per la circoncisione e per ricevere il nome. Mentre tutti lo vogliono chiamare con il nome del padre, Zaccaria, la madre, Elisabetta, interviene dicendo che si sarebbe chiamato Giovanni. Tra i due nomi non c’è una diversità di significato rilevante. Zaccaria significa “Dio ricorda”, mentre Giovanni “Dio usa misericordia”. C’è, però, una differenza tra essi: il primo è un dito rivolto verso il passato e suggerisce che il tempo passato debba orientare quello presente. Il secondo nome delinea l’attenzione sull’oggi e su quello che il Signore è intenzionato a realizzare, così l’attualità della storia è anche libera dai suoi condizionamenti.
Noi pensiamo che un’esistenza sia segnata dalla sua storia e dalle sue condizioni iniziali; il mistero dell’Incarnazione proclama che tra le premesse e lo sviluppo di una vita umana ci sia anche la grazia di una possibile discontinuità, una presenza di Dio che strappa il nome di ogni persona da qualsiasi destino già deciso e scritto.
La Misericordia di Dio è un dinamismo della sua Bontà che opera continuamente nella storia, trasformando la nostra umanità nella carne del suo Figlio. Penso che questo avviene nei nostri figli quando vengono accolti con amore da noi. Da quel momento è come se Dio, creando una discontinuità, con quel destino che li voleva abbandonati, nel dinamismo della sua Bontà egli offre loro una nuova vita dove il loro perdono apre le porte alla Grazia, scoprendo un Futuro tutto da vivere nella Gioia e nella Speranza.
Il “no” di Elisabetta è il no alla chiusura ad un passato che dovrebbe condizionare il futuro.
Noi aprendo all’accoglienza diventiamo strumento della grazia di Dio che è sempre pronta a fare germogliare il suo frutto più bello, la vita dei suoi figli.
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