La nuova epoca inizia con tante diverse crisi: economica, sociale, sanitaria, comunicativa – ogni sfera ha il suo virus pandemico e la sua possibilità di vaccino. La cura per ognuna di queste malattie passa dal denominatore comune della relazione, dell’accoglienza, del rispetto e della reciprocità. È questo l’augurio per un 2023 di serena operosità
In questo primo giorno del 2023, Marzia Masiello, responsabile dei rapporti con la Istituzioni di Ai.Bi. offre una profonda riflessione che parte dall’Enciclica Fratelli Tutti. È la condivisione di una missione che punta a vivere ogni momento del proprio operare con lo sguardo rivolto alla bellezza, con la convinzione che se abbiamo portato gentilezza, bellezza, speranza, anche il nostro animo ne ha beneficiato nel desiderio di stare insieme, stare “con”.
Ed è prooprio questo “stare con”, che ciascuno può riempire con il significato che sente più proprio e più vicino, l’augurio che Ai.Bi. e La Pietra Scartata fanno a tutti i lettori per un 2023 sereno, fecondo e accogliente.
Le periferie dell’anima, tematiche e del territorio
“Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti, le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito(Ft, 70)
C’è tanto bisogno di stare e contemplare; stare e meditare; stare e ascoltare.
Il tema dell’Enciclica Fratelli Tutti, dell’amicizia sociale e dell’amore universale mi porta a ragionare sulle tante “periferie”: periferie dell’anima, tematiche, territoriali.
Ogni periferia può avere diverse letture e dunque diversi approcci. La domanda che mi sorge è: chi può essere considerato periferia rispetto a cosa? Quella che ognuno può considerare periferia è sempre una marginalità molto soggettiva e, come tale, ricca di opportunità trasformative e capace di riserbare sguardi e sorprese inimmaginabili dal proprio punto di vista.
Papa Francesco nell’Enciclica si sofferma molto sulla figura del samaritano che ha compassione dell’uomo derubato, percosso e ferito a morte dai briganti. Interroga molto la coscienza.
Abbiamo visto avanzare nel mondo le dense ombre dell’abbandono, della violenza utilizzata per meschini interessi di potere, accumulazione e divisione. La domanda potrebbe essere: lasceremo la persona ferita a terra per correre ciascuno a ripararsi dalla violenza o a inseguire i banditi? Sarà quel ferito la giustificazione delle nostre divisioni inconciliabili, delle nostre indifferenze crudeli, dei nostri scontri intestini? (Ft 72)
Ecco, il Samaritano, una figura periferica, marginale, che non ha un ruolo sociale.
Libero da ogni titolo e struttura, è stato capace di interrompere il suo viaggio, di cambiare i suoi programmi, di essere disponibile ad aprirsi alla sorpresa dell’uomo ferito che aveva bisogno di lui.(Ft, 101).
Sentire la bellezza del vivere insieme
Il piano transnazionale del divide et impera coincide con un certo tipo di atteggiamento da parte degli urlatori di posizionamenti rigidi e inconciliabili con qualsiasi forma di dialogo. Urlatori che vivono la vita in perenne campagna elettorale, dentro un decostruzionismo storico che disprezza radici, generazioni e idee e che ha bisogno di teste vuote, sradicate e diffidenti da riempire di certezze e, dunque, da sottomettere. (rif. Ft, 13).
Lo “scisma” tra chi sente la bellezza di vivere insieme e di chi si sente costretto a farlo, ossessionato dalla propria soddisfazione e felicità è piaga viva quotidiana che si ripercuote con effetti concreti nelle nostre vite di professionisti, di operatori, di volontari, di famiglie.
Pensiamo a quante volte nella nostra quotidianità siamo stati vittime o generatori di sentimenti e di emozioni armoniche o disarmoniche. Se abbiamo portato gentilezza, bellezza, speranza, anche il nostro animo ne ha beneficiato nel desiderio di stare insieme, stare “con”. Se invece abbiamo portato dissapore, lite, divisione, tutto ciò ha comportato chiusura e solitudine. Abbandono.
La nuova epoca inizia con tante diverse crisi: economica, sociale, sanitaria, comunicativa – ogni sfera ha il suo virus pandemico e la sua possibilità di vaccino. La cura per ognuna di queste malattie passa dal denominatore comune della relazione, dell’accoglienza, del rispetto e della reciprocità.
Nel commentare la parabola del buon samaritano e della sua attenzione verso l’abbandonato Francesco ricorda:
Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo. (Ft, 63)
La bellezza del tempo condiviso
Mi ricordo del mio parroco Don Cesare Cardozo durante la seconda ondata di pandemia. Io me ne andavo camminando tra una call e l’altra per le strade di campagna e i primi tempi lo salutavo sempre con gioia e affetto, ma frettolosa per tornare alle mie performanti faccende telefoniche. Alla terza volta che mi invitò a fermarmi per camminare con lui, ho intuito ciò che poi ho gustato e capito: quanto sia bello e buono il tempo condiviso, guadagnato per riflettere in maniera differente sulla genitorialità, sull’accoglienza, su questo tempo pellegrino. Il tempo in cui abbiamo riso ci siamo riposati e abbiamo sorriso. Non è stato tempo perso perché dai quei momenti sono nate idee animate anche dal condimento della condivisione e dall’artigianato della pace (Il cammino verso una migliore convivenza chiede sempre di riconoscere la possibilità che l’altro apporti una prospettiva legittima, Ft , 228). Don Cesare, di Maracaibo, con garbo e gentilezza è capace anche di bacchettare, lasciando doni duri per la riflessione.
Nello stare insieme nell’incontro della comunità di Ai.Bi. e della Pietra Scartata, ritrovo sia la bellezza della prospettiva universale, sia il sapore dolce della casa e del territorio. E nel piacere di essere insieme, riscopro la bellezza di essere nudi e in cammino nel mondo, oltre un mondo di soci (Ft, 101) e di gruppi sociali che si aggrappano a un’identità che li separa dagli altri. (Ft, 102).
Stare insieme, in generale, implica un grande atto di volontà in cui l’obiettivo comune, possa essere una missione e una passione che ognuno vive nella propria vita, da solo, in famiglia, nel mondo, per scelta e non per obbligo. Tutti possiamo farlo. Ma tutti lo vogliamo?
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