Mara e Vincenzo: “Nel nostro cammino, abbiamo incontrato famiglie che avevano scoperto il senso profondo dell’evento adottivo e che hanno saputo infonderci con la gioia l’entusiasmo di un’accoglienza incondizionata”

La storia di una coppia, come tante, che sceglie di aprirsi all’adozione, di farsi famiglia nell’accoglienza, supportata nelle gioie e nelle difficoltà dalla quotidiana presenza e sostegno della fede. Una storia di vita straordinaria nella sua ordinarietà. Un esempio di vita in cui ritrovarsi. La Pietra Scartata ve la propone in quattro appuntamenti. Oggi pubblichiamo il primo.
Sì, ci siamo innamorati. Due parti che si compensano ma stanno sullo stesso piano. Quante cose diverse ci hanno attratto l’una dell’altro, quante cose in comune ci hanno fatto sentire affini. Non abbiamo pianificato il futuro, per noi era urgente stare insieme, formare una famiglia, condividere non solo le gioie, ma anche le responsabilità. Con l’incoscienza che ci accomunava, l’entusiasmo della gioventù era passato solo un anno dal primo incontro ed eravamo già sposati.
Il desiderio di bambini? Non sappiamo quando è nato, l’amore per i bambini faceva parte di noi.
Passare attraverso il percorso che porta alla scoperta della triste realtà, significa cominciare con piccole delusioni che presto prendono il sopravvento sulla speranza e costringono alla consapevolezza che qualcosa non va. Non va, ma la fiducia non demorde e ha fede nella scienza e nel progresso. La speranza non cede al pessimismo, all’eventualità che proprio a noi possa essere successo questo.
La diagnosi è arrivata presto, chiara: per noi non esisteva la possibilità di procreare naturalmente. Non abbiamo dimenticato quel momento; gli avvenimenti successivi ci hanno portato al superamento del dolore, ma esso rimane una tappa attraverso la quale abbiamo dovuto passare. Ci siamo sentiti menomati. Abbiamo pianto insieme. Eravamo pieni d’interessi, niente poteva colmare quest’assenza.
L’idea di adottare è arrivata presto.
Capita che Dio ci mandi dei segni, che gli angeli ci parlino con i loro mezzi. Un giorno ho incontrato una signora che aveva appena adottato una bambina. La piccola faceva i capricci e la mamma era impacciata ed esausta. Ne rimasi incantata.
Pensai a mio padre morto da qualche tempo ma ancora così presente, alla sua vita da orfano adottato.
Arrivai a casa, bastarono poche parole per capire che il mio era un pensiero condiviso. Detto fatto. Così cominciò l’iter burocratico. Prima con seccatura poi con pazienza e rassegnazione abbiamo contrastato la nostra impazienza capendo che era un tempo utile e necessario. Può essere che ci siamo sentiti “indagati”, giudicati colpevoli del desiderio di genitorialità, ma una volta compreso che tutto ciò era utile al nostro erede, ci siamo “costituiti” e dalla collaborazione è arrivato il verdetto: l’idoneità.
Ora potevamo adottare. Ma come e con chi?
Ci siamo trovati a valutare proposte che sembravano edulcorare l’organizzazione circa i tempi e i luoghi. Poi abbiamo sentito parlare di associazioni di famiglie che si occupavano di adozione internazionale.
Ci rendevamo conto della responsabilità che ci attendeva.
Abbiamo cominciato a pensarlo. Un bambino. Solo, indifeso. Il suo destino nelle mani degli adulti. Anche nelle nostre. L’alibi: per salvare un bambino si poteva usare qualsiasi mezzo.
No, non si poteva cominciare un amore così grande con un inganno.
Dovevamo partire alla pari. Non potevano esserci ombre nella nascita di un rapporto di amore così profondo.
È vero che il buon Dio non ci lascia mai soli. Indica una via e, non contento, qualcuno che poi ti possa accompagnare. Nel nostro cammino, abbiamo incontrato famiglie che avevano scoperto il senso profondo dell’evento adottivo e che hanno saputo infonderci con la gioia l’entusiasmo di un’accoglienza incondizionata.
Pensieri e riflessioni di Mara con Vincenzo
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