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“Ogni abbandono, scatena un male?” Intervista di Marco Griffini a Don Alberto Cozzi

Don Alberto Cozzi: “Seguire e accogliere un bambino abbandonato, vuol dire restituirgli la dignità di figlio di Dio. Tocca ai genitori adottivi far capire al loro bambino che il rifiuto non fa più parte della sua vita”

L’apostolo Paolo, nella lettera agli Efesini, esortava: “Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo”. (Ef 6,11)

Guardando il volto dei tanti bambini del mondo in attesa di una famiglia, attanagliati dall’angoscia dell’abbandono, la domanda che sorge spontanea è se esista un rapporto teologico tra il Male e l’abbandono. O meglio se, come spiega Marco Griffini, Direttore del quotidiano di informazione “Aibinews” nella sua interessante intervista a Don Alberto Cozzi, teologo e vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano: “ogni abbandono scateni un male”.

Il risultato è una profonda analisi teologica del male dell’abbandono.

Vi proponiamo di seguito l’intervista.

Griffini: “Ogni abbandono scatena un male?”

Cozzi: “Ci sono due forme di esperienza del male. Quella legata al caso, come può essere un incidente, e quella che chiamiamo demoniaca, che non può essere vinta se non attraverso la dottrina e i gesti della Chiesa. Ciò che caratterizza questa forma di male è la perdita di dignità come figlio di Dio.

L’abbandono è una di queste forme del maleEsso suggerisce l’impressione, per questi bambini, che nessuno li voglia. È il diavolo, infatti, a creare situazioni di estrema depressione, di considerazione nulla di se stessi. Seguire e accogliere un bambino abbandonato, invece, vuol dire restituirgli la dignità di figlio di Dio. Tocca ai genitori adottivi far capire al loro bambino che il rifiuto non fa più parte della sua vita. Ricordiamo che il male può diventare bene, ma non per sé, bensì attraverso Cristo. Ne è lui stesso l’esempio: la morte di Gesù ha portato alla Resurrezione, ma Gesù la sua morte l’ha vissuta tutta”.

Griffini: “Stiamo assistendo al “male dell’accoglienza”: un calo pauroso delle coppie disponibili ad adottare e a salvare un bambino abbandonato. Come interpreta questo fenomeno?”

Cozzi: “Come un influsso del male sull’amore e sulla tenuta dei legami affettivi. L’adozione comporta un tipo di legame e di amore più impegnativo. Questa crisi può riflettere anche una crisi dell’amore coniugale che non viene più ritenuto come qualcosa di ovvio. L’influsso del male si traduce quindi nella perdita di capacità di accogliere e di leggere il bisogno di amore di milioni di bambini abbandonati.

Griffini: “Alcune settimane fa, un figlio adottivo di Ai.Bi. ci ha raccontato che, fino a qualche anno fa, non riusciva ad accettare la propria adozione. Era il male a indurlo a non accettare un dono come questo?”

Cozzi: “Questo ragazzo probabilmente, e inconsciamente, ha letto la sua adozione come un atto non dovuto. Essa, infatti, a volte tende a fare permanere nell’adottato la sensazione di essere in debito e la necessità di porsi delle domande: che relazione posso instaurare con gli altri, a partire da un dono non dovuto? Tutti i legami, sia quello biologico che quello adottivo, devono essere quindi stretti in condizioni di libertà personale, indispensabile affinché il rapporto funzioni e i figli vivano nella sicurezza dell’amore che ricevono”.

Griffini: “Durante un suo intervento, lei ha parlato di resistenza al male e a una sorta di barriera sociale che impone, a chi compie il bene, quello che lei ha definito ‘onere della prova’. Come si può aiutare a incrementare la fiducia nelle famiglie, nei figli e nelle comunità come Ai.Bi., ‘costrette’ quasi a rivendicare il diritto di agire per il bene dei bambini abbandonati?

Cozzi: “La questione della fiducia richiama una lotta culturale. Le intuizioni della fede devono mettere in atto una cultura capace di abbattere queste barriere. Un figlio adottato, per esempio, deve sfidare una certa cultura dominante per poter davvero apprezzare il gesto d’amore da parte dei genitori. E questi ultimi non devono tenere “in privato” i propri bambini, ma rendere pubblico il loro atto di accoglienza. Bisogna quindi intraprendere una vera battaglia culturale, passare da una fede privatamente vissuta a una esperienza condivisa che assume anche impegni. Attraverso un percorso comunitario, un insieme di persone che condividono una stessa esperienza realizzano una nuova esperienza culturale. È ciò che deve fare la Chiesa: costituire comunità che esercitino una nuova forma di esperienza ispirata alla fede, senza arrendersi alle culture dominanti o farsi assimilare da accomodanti scelte culturali”.

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