Nell’arco di mezzo secolo si celebrano circa 400mila matrimoni in meno all’anno. Ma la costruzione di una famiglia non può essere un “patto privato” e poco ragionato, perché rimane l’elemento fondante della società

Se della denatalità si parla spesso, e giustamente, come problema che mette a rischio il futuro stesso della società italiana, meno ci si preoccupa del calo dei matrimoni. Eppure, anche questo è un segnale importante della fatica che la famiglia, come istituzione sociale, sta attraversando in questo periodo storico.
Sicuramente qualcuno obietterà che per essere un nucleo familiare non serve necessariamente essere sposati, una precisazione vera per alcuni versi ma che non risolve il problema di una perdita di centralità di quello che era il fulcro imprescindibile della società e, oggi, è qualcosa di cui tanti pensano di poter fare a meno. Perché, spesso, scegliere di non sposarsi significa anche scegliere di “tenersi aperta una via di fuga”; significa non sottoscrivere il proprio impegno come qualcosa di collettivo e condiviso, ma viverlo semplicemente come un patto privato tra due persone, come se l’essere famiglia non fosse, invece, un atto sociale fondamentale e, di questi tempi, verrebbe quasi da dire “rivoluzionario”.
Un calo di 400mila matrimoni all’anno
I numeri aiutano a capire bene la portata del fenomeno: secondo i dati riportati dall’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell’associazione dei matrimonialisti italiani, a In Terris, negli Anni ’70 in Italia avevamo qualcosa come 500 mila matrimoni all’anno. Oggi siamo a 100 mila. Nel contempo, sono aumentati enormemente separazioni e divorzi.
Anche l’età media di chi si sposa è molto cresciuta: dai 26 – 27 anni agli attuali 32 anni (per le donne) e 35 anni (per gli uomini). Un ritardo che posticipa ancora più in là la nascita dei figli.
Bene ha fatto, dunque, il Papa a sottolineare l’importanza del matrimonio cristiano e a insistere sull’importanza di una giusta preparazione a questo Sacramento, per evitare la deriva “consumistica” di rapporti sui quali non si è pienamente riflettuto e che finiscono per tradursi in quell’aumento di separazioni di cui si è detto.
La preparazione al matrimonio andrebbe fatta ovunque in modo serio, riflettendo su come la scelta di sposarsi debba anche comprendere in sé un’assunzione di responsabilità, non solo reciprocamente all’interno della coppia, ma anche collettivamente, come segno universale che ribadisca la bellezza della famiglia e come solo da essa dipenda il futuro della società.
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