Salta al contenuto Skip to sidebar Skip to footer

La spiritualità dell’adozione. Alberto Cozzi. Dio Padre abbandona? (1)

È la domanda centrale della spiritualità della Adozione: c’è un dono nell’abbandono, che possa illuminare in qualche modo l’abbandono in croce del figlio Gesù da parte del Padre?

Sul numero 4 della rivista “Lemà sabactàni?”, il teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano), ha dedicato un lungo contributo a una riflessione sul tema dell’abbandono, provando a porsi in ascolto di chi abbandona e indagando se possa essere considerato uno scandalo cercare e trovare un dono nell’abbandono.
Cossi pone in evidenza come la vera sfida per la fede sia proprio cercare di scoprire il senso e le dimensioni dell’abbandono della croce, il luogo dove Dio Padre abbandona Gesù Figlio. Tale comprensione non si rende disponibile senza entrare nell’intimità delle relazioni trinitarie, tra Padre e Figlio nello Spirito del loro amore. Solo da questa prospettiva si possono sentire le armoniche della relazione di abbandono/consegna tra Padre e Figlio, fino a percepire un «dono nell’abbandono» che trasforma i legami e le relazioni tra figli di Dio in un processo di trasfigurazione della realtà.
Qui, proponiamo il contributo di Alberto Cozzi suddividendolo in 11 tappe, introdotte da una riflessione di Gianmario Fogliazza che si può leggere QUI.


Tappa 1

Dio Padre abbandona?

La risposta a una domanda così diretta e radicale è da un lato semplice e immediata, dall’altro complessa e sfumata. La risposta semplice si basa sul «grido» di Gesù in croce (nella versione di Marco e Matteo), ascoltato a partire dall’intimità tra Gesù e Dio Padre suo, manifestatasi chiaramente nella vita del Nazareno. Gesù in croce sperimenta l’abbandono da parte di quel Dio da cui aveva ricevuto tutto (come il figlio da suo padre: Mt 11,25-27) e a cui si era totalmente abbandonato (Mt 7,21 e 12,50).
Ma la risposta si fa complessa non appena si cerca di penetrare il senso e le dimensioni di questo abbandono, tanto più se la ricerca riprende la ricchezza di considerazioni ereditata da una lunga meditazione teologica sull’avvenimento pasquale.

Cosa c’è in gioco nell’abbandono del Figlio da parte del Padre?
Cosa sta accadendo?
Come interpretare il comportamento del Padre che abbandona?
Quale logica vi si realizza?

Procediamo in distinti passi. Anzitutto documentiamo il «dato», ossia l’abbandono da parte del Padre. Lo facciamo però inserendo da subito questo dato nel più vasto contesto ecumenico di tre interpretazioni teologiche di area protestante (J. Moltmann), cattolica (H.U. von Balthasar) e ortodossa (S. Bulgakov, P. Evdokimov). L’esperienza di abbandono viene così illuminata da letture che diversamente inseriscono l’avvenimento della croce nell’esperienza dell’agire di Dio nella storia.
In secondo luogo riprendiamo dalla tradizione e dalla recente riflessione teologica alcune spiegazioni del significato dell’abbandono da parte del Padre. In tal modo è possibile trovare diverse dimensioni dell’abbandono che «fanno pensare», al di là delle reazioni immediate.
Infine, proprio a partire dall’individuazione di queste dimensioni dell’esperienza dell’abbandono, potremo porci la domanda centrale, che scaturisce dalla croce di Gesù: c’è un dono nell’abbandono, che possa illuminare in qualche modo l’abbandono da parte del Padre?

Il Padre «ha abbandonato» il Figlio sulla croce

Il «dato» si va imponendo con chiarezza alla coscienza di fede come un avvenimento inscritto nella serietà del dramma della croce di Gesù. Sulla croce è Dio «in quanto Padre» che abbandona Gesù suo Figlio, al punto che gli avversari vedono smentita proprio la sua pretesa filiale nell’annuncio del Regno di Dio. Gesù in croce «perde» il Padre e non genericamente «il suo Dio» (Cozzi in una documentata nota precisa che “Per onestà bisogna segnalare che in teologia non tutti concordano con questa lettura del «dato»”, n.d.r.). Il suo affidamento, la sua consegna obbediente, va inscritta in questa lacerazione radicale, al punto che per leggerla in maniera coerente si rende necessario dischiudere la «logica delle relazioni trinitarie». Ma questo non è possibile basandosi su logiche mondane o naturali (l’analogia o la dialettica), bensì solo fondandosi sulla fede testimoniata nei Vangeli o sulla partecipazione misteriosa all’esperienza del Figlio, concessa ad anime elette (mistiche).
Testimone autorevole di questa lettura del mistero dell’abbandono sulla croce è Giovanni Paolo II, nel passo di una Enciclica sul dolore che salva: «Quando Cristo dice “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” le sue parole non sono solo espressione di quell’abbandono che più volte si faceva sentire nell’Antico Testamento, specialmente nei Salmi e, in particolare, proprio in quel Salmo 22 dal quale provengono le parole citate (Sal 22,2). Si può dire che queste parole sull’abbandono nascono sul piano dell’inseparabile unione del Figlio col Padre» (cf. Giovanni Paolo II, Salvifici Doloris, n. 18).
Questo dato è letto con diversa sensibilità dalla teologia luterana, cattolica e ortodossa.

Tappa 1 di 11. Segue…

Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


DONA ORA