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Giuseppe, il padre dell’accoglienza. Una rilettura della Patris Corde al termine dell’anno a lui dedicato

L’anno dedicato da Papa Francesco alla figura di San Giuseppe terminerà l’8 dicembre 2021, con la solennità dell’Immacolata Concezione, a sottolineare il profondo legame tra Giuseppe e Maria, la sua sposa e madre del Redentore

Secondo la volontà del Santo Padre, stiamo vivendo in questo 2021che sta per volgere al termine un intero anno dedicato alla figura di San Giuseppe, il padre terreno di Gesù. Papa Francesco ci sta invitando ad aprirci maggiormente a San Giuseppe dedicando del tempo alla meditazione della sua figura. Nel 2020 Francesco ha pubblicato una lettera apostolica incentrata su Giuseppe, la Patris Corde, in occasione del centocinquantesimo anno dalla proclamazione di Giuseppe patrono della Chiesa mondiale, a opera del Beato Pio IX. Il presente anno giuseppino terminerà l’8 dicembre 2021, con la solennità dell’Immacolata Concezione, a sottolineare il profondo legame tra Giuseppe e Maria, la sua sposa e madre del Redentore.

“Patris Corde” significa “con cuore di padre”. Così, con questo cuore, Giuseppe ha amato Gesù, che viene chiamato in tutti e quattro i Vangeli “il figlio di Giuseppe”. I Vangeli, in verità, non si dilungano molto sulla figura di Giuseppe, ma ne parlano a sufficienza per capire che tipo di padre fosse. I principali evangelisti che hanno posto in rilievo la sua figura sono stati Matteo e Luca.

Giuseppe d’Egitto e Giuseppe di Nazareth

Nei secoli il popolo cristiano ha particolarmente amato Giuseppe e lo dimostra il fatto che numerosi santi gli sono stati devoti e che numerose chiese e confraternite ne portano il nome. C’è un’espressione, nella Tradizione della Chiesa, che esprime tutto questo: “Ite ad Ioseph”, che è un versetto biblico della Vulgata (la traduzione latina della Bibbia, scritta originalmente in ebraico e greco) riferito all’episodio di Genesi in cui, nel tempo di carestia in Egitto, la gente chiedeva il pane al faraone e lui rispondeva: “Andate da Giuseppe, fate quello che vi dirà”. Giuseppe d’Egitto, figlio di Giacobbe, che era diventato il plenipotenziario del faraone, aveva infatti pane per tutti, avendo fatto previdente scorta prima del tempo di carestia. E qui Papa Francesco sottolinea il legame profondissimo che unisce i due Giuseppe. Entrambi sono di dinastia messianica (e figli di un padre di nome Giacobbe) ed entrambi vengono istruiti da Dio tramite i sogni: i sogni premonitori di Giuseppe d’Egitto, che gli svelano profeticamente ciò che accadrà in futuro e i quattro sogni di Giuseppe di Nazareth, che gli permettono di salvare il Bambino divino e che permettono così l’accadere della sua opera di redenzione. Inoltre entrambi hanno un legame coll’Egitto. L’Egitto, infatti, è terra di salvezza per tutti e due. Giuseppe Patriarca ne ottiene la salvezza della vita e la realizzazione di una carriera formidabile, che gli permette a sua volta di salvare il suo clan. Giuseppe di Nazareth, profugo in Egitto con Maria e Gesù bambino, riesce a proteggere e a far crescere la sua famiglia, trovando evidentemente un sufficiente livello di ospitalità, forse presso la diaspora ebraica presente nel paese. Il Papa argentino sottolinea, come aveva già fatto Wojtyla nel 1989, che San Giuseppe è la cerniera che unisce l’Antico e il Nuovo Testamento, l’antica promessa e la sua realizzazione in Cristo.

Giuseppe è padre della tenerezza.

Gesù ha potuto vivere la tenerezza del Padre celeste sulla terra nella figura del suo padre terreno Giuseppe. E qui Francesco ci dà una bellissima lezione su cosa sia la tenerezza: “Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito Santo, invece, la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore”.

Il Papa mette a confronto l’opera del Consolatore, lo Spirito Santo, con l’opera dell’Accusatore, lo spirito del male. Il Consolatore fa sì che guardiamo alle nostre debolezze con tenerezza e benignità. L’Accusatore invece giudica e condanna le nostre debolezze e ci spinge alla disistima di noi stessi e, alla lunga, alla disperazione. È importante, per contrastare l’opera del nemico, che ci accostiamo con fiducia al sacramento della Riconciliazione che ci fa sperimentare la misericordia di Dio, la sua verità, la sua tenerezza, la sua accoglienza, il suo abbraccio, il suo sostegno, il suo perdono. È la tenerezza del Padre misericordioso della parabola del figliol prodigo, che ci viene incontro, ci ridona la dignità, ci rimette in piedi, ci rimette al nostro posto. Perché “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15, 24). Non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte abbiamo la sindrome del controllo maniacale, vorremmo controllare tutto, e teniamo ben stretto il nostro timone nell’illusione di saper governare la nostra barca, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande. Lui vede più lontano di noi, Lui sa la via. Il nostro è uno sguardo miope, il suo è uno sguardo di aquila.

Giuseppe è padre dell’obbedienza.

Dopo ognuno dei suoi famosissimi quattro sogni, Giuseppe obbedisce immediatamente ai comandi divini oniricamente impartiti. Con solerzia e impegno. Con coraggio, vincendo la paura che sicuramente ha provato tutte e quattro le volte. Ricordiamoci che il vero coraggio non è non avere paura, ma saper vincere la paura stessa. Saper fare quello che si deve fare anche quando ci tremano le gambe e il cuore batte forte.

Giuseppe è padre nell’accoglienza.

Giuseppe, tramite l’accoglienza di ciò che accade, tramite l’accoglienza di Gesù, si riconcilia con la propria storia. Attraverso l’accoglienza, di cui ciascuno di noi è capace, si manifesta il dono della forza, che è uno dei sette doni, individuati dalla Tradizione della Chiesa, che lo Spirito Santo effonde nel nostro cuore. Il Papa di Buenos Aires sottolinea che lo Spirito Santo può darci la forza di accogliere la vita così com’è, come si presenta, con le sue improvvise chiamate, con le sue svolte improvvise e impreviste. In questo modo accogliamo anche la parte più oscura della nostra storia, la più contradditoria e deludente. Scrive Jorge Bergoglio: “La venuta di Gesù in mezzo a noi è un dono del Padre, affinché ciascuno si riconcili con la carne della propria storia anche quando non la comprende fino in fondo”. E ancora: “Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste. Accogliere così la vita ci introduce a un significato nascosto. La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci indica il Vangelo. E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose ormai sono irreversibili, Dio può far germogliare fiori tra le rocce. Anche se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa”. Occorre quindi invocare lo Spirito Santo perché ci dia il dono della forza che ci può guidare nell’accoglienza riconciliandosi con la nostra storia.

Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio

San Paolo, ci ricorda Francesco, ha scritto nella lettera ai Romani: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio” (Rm 8,28). Tutto concorre al bene! Anche il nostro peccato! Anche l’epidemia di Covid, per quanto possa sembrare incredibile. Dio sa trasformare il male in bene. Sant’Agostino ha aggiunto nel suo libro “Enchiridion su fede, speranza e amore” che “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, anche quello che viene chiamato male”. “Il realismo cristiano” scrive Bergoglio “non butta via nulla di ciò che esiste”. Giuseppe, possiamo quindi affermare con forza, è stato un maestro di realismo cristiano.

L’accoglienza di Giuseppe può essere fonte di ispirazione per l’accoglienza di tutti, con una predilezione per i deboli, gli orfani, le vedove e gli stranieri (il riferimento biblico è naturalmente l’evangelico “ero straniero e mi avete accolto” in Mt. 25, 34-36, ma anche riferimenti all’Antico Testamento, ad esempio: Deuteronomio 10,19 ed Esodo 22,20-22).

 Giuseppe padre coraggioso

Giuseppe padre coraggioso, dal coraggio creativo. Giuseppe, nella difficoltà, crea aperture di vita, crea prospettive praticabili. Infatti: “Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere”. Un esempio evidente è quando, arrivati a Betlemme e non trovando un alloggio per il parto imminente di Maria, Giuseppe sistema una stalla al meglio possibile perché diventi un luogo accogliente per il Figlio di Dio che viene nel mondo.

Il mondo sembra a Betlemme in balia dei forti e dei potenti, gli Erode di turno, ma il Vangelo è buona notizia perché ci fa vedere che, nonostante la prepotenza e la violenza dei dominatori terreni, Dio trova sempre il modo di realizzare, nelle pieghe della realtà, il suo piano di salvezza. Scrive infatti Francesco: “Anche la nostra vita a volte sembra in balia dei poteri forti”, il crudele bullismo che possiamo subire a scuola, il doloroso mobbing che possiamo subire sul lavoro, ingiustizie varie che possiamo subire anche nella nostra famiglia, “ma il Vangelo ci dice che ciò che conta, Dio riesce sempre a salvarlo, a condizione che usiamo lo stesso coraggio creativo del carpentiere di Nazareth, il quale sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella provvidenza”. E qui Francesco fa il parallelo con un altro coraggio creativo bellissimo, quello degli amici del paralitico che, per presentarlo a Gesù, fanno un buco nel tetto della casa dove si trovava il Maestro e lo calano giù in barella (Lc 5, 17-26). Una frase cruciale che Francesco ci offre è questa: “Se certe volte Dio sembra non aiutarci, non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare”. Del nostro coraggio creativo. Dunque se Lui si fida di noi, anche noi possiamo fidarci di noi stessi.

Giuseppe e Maria “migranti” in Egitto

Giuseppe e Maria, col Bambino, come sappiamo e come abbiamo già ricordato, sono costretti dalle dure circostanze a emigrare in Egitto. E fanno la vita dei migranti. È probabile che si siano appoggiati alla diaspora ebraica ma si devono comunque adattare ad una lingua e a una cultura che non è la loro. Devono mangiare, trovare casa, lavorare. Il Vangelo non ne parla esplicitamente, ma è evidente che sia andata così. Oggi molti nostri fratelli migranti rischiano la vita per traferirsi in Occidente, costretti dalla fame, dalla guerra, dalla malattia, dall’odio. Giuseppe, ci ricorda Francesco, è patrono di tutti questi nostri fratelli e loro stessi possono rivolgersi a lui con la fiducia di chi sa che sarà ascoltato.

Dio affida Gesù a Giuseppe. Ma poi Giuseppe, in un momento tra l’adolescenza di Gesù e la Croce, muore. A quel punto, ci ricorda il Papa, Gesù è affidato a tutti noi, agli altri uomini e donne che non sono Giuseppe. Siamo tutti eredi di Giuseppe nella custodia di Cristo. A noi, che costituiamo la Chiesa, è affidato il Corpo del Signore. Sì, il Padre continua, dopo Giuseppe, ad affidare suo Figlio agli uomini, segno di grande fiducia!

Giuseppe è lavoratore artigiano.

Da lui possiamo apprendere una bellissima teologia del lavoro. Da lui Gesù “ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro”. “Giuseppe era un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia”. Questi aspetti, ci ricorda il nostro Papa, sono già stati messi in evidenza dall’importantissima prima enciclica sociale Rerum Novarum, scritta nel 1891 da Papa Leone XIII. Questo documento ha inaugurato la Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) che così tanti contributi ha avuto dal magistero successivo e così grande importanza riveste oggi nella Chiesa. Siamo chiamati a rivedere in continuazione la nostra concezione del lavoro, cercando di comprenderne appieno la dignità e rifiutando concezioni negative dal lavoro oggi purtroppo assai diffuse. Giuseppe è patrono del lavoro, delle lavoratrici e dei lavoratori. Il lavoro, correttamente inteso, è partecipazione all’opera della salvezza, affretta la venuta del Regno, dà occasione di sviluppare le proprie potenzialità e di metterle al servizio della società umana dei fratelli. Attraverso il pagamento delle tasse, frutto del lavoro, l’uomo ha l’opportunità di contribuire a tutti quei servizi che gli stati offrono per il bene comune. Le tasse, se considerate nella loro essenza, non sono una maledizione ma quella “bellissima cosa” che citava tempo fa un ministro del governo italiano, largamente incompreso. Il lavoro fa sì che ci si possa realizzare non solo per se stessi, ma per la famiglia e per la comunità. Una famiglia senza lavoro è più esposta a difficoltà, tensioni, fratture e persino alla disgregazione. Tutti devono vivere la dignità di un degno sostentamento. Preghiamo Giuseppe perché possa intercedere presso Dio affinché ci sia lavoro dignitoso per tutti, in particolare per i giovani, che devono impostare la loro vita e per coloro che vivono in zone svantaggiate da un punto di vista economico. E perché chi, in tutto il mondo, ha perso il lavoro a causa della pandemia lo ritrovi presto.

Giuseppe padre nell’ombra.

Giuseppe, ci ricorda Francesco, è l’ombra terrena del Padre celeste. Consideriamo insieme il Padre terreno, Giuseppe, e il Padre celeste, Dio Padre. È un grande mistero. Loro sono così lontani e, allo stesso tempo, così vicini, così intimi, in Cristo.

Dice Francesco: “Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui”. Che inno è questo all’amore dei papà adottivi! Basta col falso mito del legame di sangue! I figli sono di chi li ama e li cresce con cura a prescindere dal generare nella carne! É questa una delle idee portanti nella spiritualità di Ai.Bi. e de La Pietra Scartata: un genitore adottivo o affidatario è prima di tutto padre o madre del bambino accolto. In questo non possiamo che gioire nel sentirci confermati dalla massima autorità ecclesiale nei nostri convincimenti e nella nostra lotta perché ogni bambino sia figlio.

Anche Francesco mette in allarme su una grave situazione, come don Rosini nel suo libro “San Giuseppe”, recentemente pubblicato da San Paolo (QUI): nella società del nostro tempo spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Ma mentre don Fabio si riferiva al ricco Occidente, il Papa parla di tutto il mondo, allargando e universalizzando l’idea. Cerchiamo di recuperare una figura di padre sufficientemente presente e attento ai propri figli. Ma anche la Chiesa di oggi, ci dice il Papa, ha bisogno di padri. Preghiamo quindi per le vocazioni sacerdotali, diaconali, religiose maschili, di sposi laici. Per i Vescovi, perché sappiano guidare il gregge loro affidato.

Essere padri significa crescere i figli senza possederli, lasciandoli andare quando è il momento di spiccare il volo. Anche in questo sta la castità di Giuseppe, oltre che nel significato tradizionale della sua astinenza sessuale nei confronti di Maria (la Tradizione gli ha dato il titolo di “Castissimo”). Anche in questo ogni padre del nostro tempo può imparare da Giuseppe che ha imparato da Dio. Dio stesso è casto, ci dice Francesco, infatti “ha amato e ama l’uomo con amore casto, lasciandolo libero di sbagliare e anche di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è una logica di libertà e Giuseppe ha saputo amare come Dio, in maniera straordinariamente libera”. Anche noi lo possiamo fare, coll’aiuto di Dio.

In Giuseppe c’è solo fiducia. Mai frustrazione, mai lamentele 

Quindi non sacrificio, non fede doloristica (spesso era così la fede dei nostri nonni, ma è una fede fuorviante), ma dono libero e gioioso di sé. Leggendo il Vangelo si percepisce in Giuseppe solo fiducia. Mai frustrazione, mai lamentele. Non ha mai messo se stesso al centro, ma Maria e il Bimbo. Lui ha avuto la forza di vivere pienamente la sua paternità con il coraggio di diventare inutile, vedendo il Figlio diventare autonomo e camminare da solo nella vita.

Amiamo questo grande Santo, ci dice Francesco, imploriamo la sua intercessione nelle difficoltà, specialmente quelle di padri e madri, e prendiamolo come modello per cercare di imitare le sue virtù, la sua fedeltà e il suo slancio. Prendiamolo come fonte di ispirazione e guida ai nostri passi. Riscopriamo la devozione giuseppina accanto a quella, più diffusa nel cattolicesimo, mariana.

Giuseppe, prega per noi e ottienici i doni dello Spirito, in particolare il coraggio, la capacità di essere misericordiosi e di discernere il vero bene dei nostri figli. E proteggi noi e loro dai pericoli della vita. Amen.

Paolo Pellini

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