Chi ha un presente di dolore non può che farsi forza guardando altrove, ma, chi ha pure un futuro di paura, non può che guardare al passato per trovare coraggio

Cosa significa entrare come educatore in una comunità di accoglienza? Che cosa significa trovarsi faccia a faccia con l’urlo dell’abbandono?
Sono trascorsi 4 mesi dalla fine dell’esperienza di Davide Pellini, come educatore di comunità di accoglienza per minori, ma il ritorno, per una visita di cortesia ai ragazzi della struttura, lo catapulta nuovamente, corpo, mente e cuore vicino alla sofferenza dei “suoi” ragazzi.
Per leggere la sesta puntata dei diari QUI
Mese +4, Ritorno al futuro
Sono passati quattro mesi dalla conclusione del mio lavoro come educatore di comunità di adolescenti.
Una visita di cortesia. Sulla superstrada questa volta non si corre perché non c’è nessun turno da attaccare in orario. L’occhio non cade quindi sull’orologio negli ultimi chilometri di strada ma rimane sull’asfalto che scorre sotto il cofano della macchina, la testa vaga. Dove sono stato ogni sfumatura di me stesso, nel bene e nel male, proprio in quel posto mi sento libero. Una rimpatriata tra due vecchi amici, io e la comunità. Una casa che ha visto il mio orgoglio cascare ma anche il mio meglio, che ha contenuto il dolore, la gioia, il divertimento, il terrore. Una casa che mi ha, letteralmente, cullato allo smonto del turno serale grazie al rumore ritmico degli ultimi minuti rimasti all’elettrodomestico per finire il suo programma d’asciugatura.
Al termine della strada troverò un momento breve, e controllato, per potermi rimmergere nei ricordi di un anno di lavoro, riuscendo però così a raggiungere solo il meglio. Rievocare ogni cosa sarebbe troppo per me ora, impiegato stanco da una giornata di lavoro a metà della settimana. Mi reputo capace di rimanere, per il tempo di una cena, impermeabile al dolore degli ospiti adolescenti della comunità. Sì, ce la posso fare senza problemi!
Loro sono sempre là
La superstrada finisce e loro sono là. Io nel frattempo ho cambiato lavoro, mi sono sposato e ho girato l’Italia; loro, invece, sono sempre là. Un luogo dove i tempi di vita sono differenti.
Varco la soglia d’ingresso della comunità e mi sento diventare una rockstar. Tutti i ragazzi vengono incontro, uno ad uno, nel momento stesso in cui sentono il suono della mia voce. Strette di mano, pacche sulla spalla e un invito a cena che odora di supplica. Mi sento così a mio agio e confidente che pongo la domanda peggiore di tutte: “come va la vita?”. Mi mordo la lingua. Non volevo avere beghe io stasera! “Ma sì, dai, il solito…” mi rispondono. Supero indenne questo momento delicato con una scioltezza clamorosa. Sono più di una rockstar, in questo momento, sono trattato come un santone.
“Eh, ma quando c’eri tu…”, “era troppo divertente quando c’eri tu in turno…”, “torni a lavorare qui fino a quando me ne vado dalla comunità?”, “sei quello che mi manca di più”. Questo è il genere di domande e commenti (conditi da qualche parolaccia) che ricevo dai ragazzi. Pensare che quando ero un educatore a libro paga ero considerato, a parimerito con altre persone, l’ultimo dei pirla…ora no! Ora, mi accorgo, di non essere più nel presente delle loro menti ma faccio parte del passato, eppure sono tornato, una mitologia che s’incarna in un paio di scarpe da ufficio per il tempo di una cena. Sono per loro affascinante, un angelo che torna dal paradiso dei loro ricordi per raccontagli la verità che vogliono raccontare a se stessi.
Sono esterrefatto. Ma come possono questi ragazzi ricolorare un passato così tetro con tonalità così brillanti? Come fanno ad idealizzare in questo modo il loro vissuto e gli esseri che lo hanno abitato? Poi ragiono. Chi ha un presente di dolore non può che farsi forza guardando altrove, ma, chi ha pure un futuro di paura, non può che guardare al passato per trovare coraggio. Quale altra direzione potrebbe rimanere? E si pensi pure a quale passato devono guardare questi ragazzi! Un passato che è necessario distorcere per renderlo accettabile.
Io, quindi, non ho fatto altro che ritrovarmi nel mezzo di quest’opera mentale, e potente, di smacchiamento dei ricordi. Nei momenti difficili io generalmente guardo al futuro per trovare le energie, loro, invece, hanno un futuro così incerto che preferiscono rivolgersi ad un passato di abbandono (e ricolorarlo) che sbilanciarsi su ciò che sono e che saranno.
Quando il cricetino nella mia testa ha completato la ruota di questi pensieri l’autostima da rockstar si scioglie, per lasciare il posto a dei lunghi brividi lungo la schiena.
Mannaggia…speravo per il breve tempo di una cena di riuscire a non farmi investire dalle loro fatiche: obiettivo fallito.
Decido comunque di approfittare del mio nuovo e fasullo carisma da “colui che torna” per dispensare consigli ai ragazzi sull’impegno e la costanza negli studi. Passo una movimentata cena a suon di pastasciutta e wurstel, prometto che passerò di nuovo a trovarli e torno alla macchina. Domani, solo per me, è un altro giorno.
Davide Pellini
Ai.Bi., anche in Italia, si prende cura dei minori italiani e stranieri (Misna) soli o in difficoltà familiare. Questi giovani trovano sostegno e rifugio all’interno di comunità ed alloggi di accoglienza. Maggiori informazioni QUI.
Sostienili anche tu. Con una donazione di 10 euro al mese puoi farlo! Aderirai così alla Campagna Fame di Mamma che sostiene il contrasto all’abbandono anche in Italia.
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


