Se la storia ha qualcosa di nuovo – bello, carico di speranza, degno di essere vissuto – da dirci, non può che rivelarlo in ogni bambino che nasce e in ogni bambino che nell’adozione rinasce come figlio, accolto dall’abbraccio di una mamma e di un papà

L’inverno demografico non documenta solo la drammatica riduzione delle nascite nel nostro Paese, al contempo denuncia il generale declino della generatività che costituisce la carenza più strutturale alla crescita, allo sviluppo e al futuro della nostra società.
Appare evidente come tale complessiva denatalità sia un ulteriore volto del nostro tessuto sociale, in cui le relazioni sociali e interpersonali sono minate dalla sfiducia, dalla fragilità, dall’incertezza, dall’instabilità a cui si associano deliri di autoreferenzialità, individualismo esasperato, presunta autosufficienza: il declino della generazione, procreativa o adottiva, di cui si hanno ripetute conferme – ormai ben tangibile anche per l’accoglienza adottiva, è solo uno degli esiti di tale complessa trasformazione sociale da considerare ormai consolidata ma non irreversibile.
Figli pretesi, evitati, rimossi, abbandonati
Anche le nuove forme di accesso alla procreazione (fecondazioni artificiali, gravidanze surrogate, …), i tempi e le modalità con cui ci si pensa possibili genitori sembrano iscriversi in questa stagione da più fronti compressa tra figli pretesi (con figli acquistati o ridotti a “prodotto del concepimento” da perseguire con ogni possibile tecnica o opportunità), figli evitati (una sterilità non sempre scoperta e subìta, ma opzionale e scelta come condizione e stile di vita per svariate ragioni professionali, economiche, sociali, … ), figli rimossi (il dramma delle interruzioni volontarie della gravidanza e degli abbandoni post partum con infanticidio) e figli abbandonati (solo nei migliori dei casi con un parto in anonimato o con abbandono presso strutture, luoghi o locali tali da rendere l’abbandono una consegna).
La generazione viene ad allontanarsi dalla dimensione dell’accoglienza di un dono per iscriversi in altre logiche (tra cui quella meramente riproduttiva).
L’assenza di una riflessione sul significato etico della generazione umana e la sua rarefazione nel vissuto reale, espone donne e uomini a derive inedite mentre il contesto sociale e culturale muta profondamente. È cambiato il quadro sociale in cui sono inserite le famiglie e la stessa fisionomia della famiglia è mutata. È cambiato il desiderio di divenire padri e madri così come è alterato il vissuto emotivo del singolo e della coppia rispetto al figlio.
La prospettiva che individua nella sola propria percezione il criterio per identificare come buona e come un bene un’esperienza o una scelta, pare incidere anche nell’approccio alla generazione: il figlio è spesso considerato come un prodotto della propria scelta, peraltro operata secondo valutazioni di opportunità, costi e benefici che questi può apportare nella propria esistenza singola o di coppia. Al figlio vengono richieste e attribuite le caratteristiche di un qualsiasi altro prodotto di possesso se non di consumo, di cui si coltiva e desidera la proprietà (programmazione, tipologia, caratteristiche e “qualità”).
Non stupisce rilevare al contempo sia l’inclinazione secondo cui il figlio è vissuto e sentito più come un “peso” da gestire e non come un “dono” da accogliere (un peso da evitare per varie ragioni, non escluse le responsabilità economiche, educative e giuridiche registrate e percepite come troppo grandi da affrontare e gestire), sia lo scivolamento della ricerca ed attesa del figlio verso la prospettiva dell’oggetto preteso: una riduzione che oltre a costituire un obiettivo distorto conduce ad attese esasperate sul figlio, trasformato in oggetto, spesso con funzione o responsabilità terapeutica, sul quale si concentrano forti investimenti di aspiranti genitori, singoli o coniugati.
Se il figlio diventa la rivendicazione di un diritto
In questo nostro sistema il passaggio dal desiderare un figlio alla sua rivendicazione come un diritto non meraviglia, ma gli esiti di tale slittamento non autorizzano neppure serenità e prospettive positive. Se è comprensibile il desiderio di un figlio, questo non può essere preteso come diritto: una persona non può essere mai ridotta a una sorta di strumento/oggetto per l’altrui felicità o per assicurare la realizzazione di qualcuno a qualsiasi costo e anche per ogni figlio il rispetto di tale fondamentale dignità deve essere riconosciuto. Il desiderio di un figlio è una tra le esperienze fondamentali della vita; questa emerge anche insieme alla progressiva consapevolezza di essere chiamati a dedicarsi ad un altro da sé, secondo prospettive e responsabilità che si proietteranno sino al possibile esito genitoriale delle relazioni.
Occorre semmai ribaltare l’impostazione: più che il diritto al figlio, occorre assicurare i diritti di ogni figlio sin dal concepimento e operare per restituire fiducia nelle relazioni di accoglienza, ricalibrare il senso autentico della generazione familiare, sdoganare le possibili fecondità della sterilità.
Di questo itinerario, la famiglia resta, nonostante le ripetute stagioni o dichiarazioni di crisi, il luogo in cui si conservano e si custodiscono le possibilità di vivere quelle esperienze originarie in grado di esprimere il senso della vita: del desiderare e dell’essere desiderati; dell’essere amati e della libera e incondizionata dedizione all’altro; dell’essere accolti e dell’accoglienza dell’altro; dell’essere generati e del generare. La fiducia e la speranza nel futuro dell’intero Paese si ricostruiscono soprattutto sostenendo attivamente le famiglie – autentiche, non sostituibili o surrogabili generatrici di fiducia, aperte alla vita e all’accoglienza dei figli -, chiamate ancora oggi a educare e crescere coloro i quali custodiranno il futuro di tutti.
Il tema della generazione, rinvenibile anche nelle adozioni, impone di considerare la condizione di figlio quale esperienza da tutti vissuta, in grado di dire simbolicamente la condizione umana: nessuno viene da se stesso, nessuno è mai se stesso da solo. Evidentemente un figlio non può che essere accolto incondizionatamente per se stesso e non per le sue qualità o caratteristiche più o meno gradite o socialmente qualificabili e gratificanti. Il figlio è il simbolo reale del dono reciproco di sé all’altro. Che sia riconosciuto, concepito o adottato, accolto, ogni figlio appare in tutta la sua singolarità nella sua storia personale irripetibile, capace allo stesso tempo di dire della nostra storia e del suo senso.
In questo orizzonte si delinea il compito della famiglia il cui risultato non è disponibile senza libera dedizione e disinteressato impegno, reciprocamente donati ed aperti alla generazione (procreativa od adottiva), che certo dovrebbero cogliere nelle istituzioni, nella cultura e nella società solo pieno riconoscimento e sostegno, nessuna omissione o discriminazione.
Rimuovere ogni ostacolo che impedisce di coltivare la prospettiva dell’accoglienza
Per rilanciare la natalità nel nostro Paese occorre rimuovere ogni ostacolo che impedisce di coltivare con serenità la prospettiva dell’accoglienza dei figli, consentendo ai coniugi di avere il numero di figli desiderato, anche quando segnate dalla esperienza della sterilità non automaticamente negazione di possibile fecondità.
È doveroso incoraggiare e incentivare l’accoglienza, sostenendo gli aspiranti genitori e accompagnando il loro cammino; sono troppe le famiglie – preziose risorse anche per tanti bambini abbandonati – messe a dura prova o respinte da un sistema che si presenta con alcune preoccupanti zone d’ombra. Spesso due sposi che desiderano un figlio o assicurare una famiglia a un bambino abbandonato, incontrano eccessi di burocrazia e prassi esasperanti, atteggiamenti investigativi e selettivi, persino costi non sostenibili tali da rendere l’accoglienza di un figlio un lusso.
Occorre denunciare e riformare quelle norme che anziché sostenere speculano sulla famiglia costituita e aperta all’accoglienza di figli, favorendo paradossalmente altre forme di vita individuale o di convivenza rispetto alle quali non si intendono vantare privilegi, ma certo eliminare forme di discriminazione mentre si rivendica almeno l’applicazione del principio di equità.
Riteniamo fondamentale rilanciare, tutelare e sostenere la generazione familiare, procreatrice e adottiva, custodendone la cultura e l’identità poste sempre al servizio dei bambini, assicurando norme, prassi e strumenti idonei, valorizzando e coinvolgendo le associazioni familiari.
Se la storia ha qualcosa di nuovo – bello, carico di speranza, degno di essere vissuto – da dirci, non può che rivelarlo in ogni bambino che nasce (simbolo vivo dell’amore tra due coniugi) e in ogni bambino che nell’adozione rinasce (simbolo autentico della possibilità di ristabilire un’armonia nel tempo venuta ad essere compromessa) come figlio, accolti dall’abbraccio di una mamma e di un papà.
Gianmario Fogliazza
Aiuta La Pietra Scartata a continuare la sua missione facendo una donazione. In questo modo, il futuro de La Pietra Scartata sarà anche il tuo. Grazie.


