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Marco Griffini. Il grido del perdono: il secondo grido… la riconciliazione (8)

Giuseppe urla, ma è un urlo di pianto. E poi, … rimane la quiete: il suo animo finalmente è libero da tutto il male che l’abbandono aveva scatenato

 Il fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?”, in continuità con la sequenza di incontri proposti nel cammino di esplorazione del mistero dell’abbandono e dell’accoglienza nella storia della salvezza, affronta la vicenda di Giuseppe, figlio di Giacobbe, narrata in uno dei racconti più affascinanti e coinvolgenti di tutta la Bibbia. Più ci si accosta alla storia di Giuseppe, più le identificazioni e le convergenze con le condizioni di abbandono e di accoglienza note nel percorso adottivo emergono e si attivano, suscitando ulteriore rielaborazione circa l’interpretazione di tali esperienze, rilette alla luce della Parola di Dio capace di svelarne l’autentico senso.

Griffini verificherà similitudini e analogie della storia di Giuseppe sia con la condizione di Gesù in croce, sia con le esperienze dei figli abbandonati e dei genitori che li hanno accolti.

Seguendo le orme di Giuseppe lungo un itinerario segnato da due grida, quello dell’abbandono e quello del perdono, Griffini si propone di indagare se anche dal grido di abbandono di Giuseppe trovi origine quel cammino che porta alla salvezza: “vogliamo, ancora una volta, comprendere se è vero che il Padre non ti abbandona ma, anzi, ti benedice”.

Il percorso è diviso in nove tappe. Questa è l’ottava e penultima tappa.

 (Per la settima tappa QUI)

 Ottava tappa

 Il grido del perdono

Giuseppe si fa riconoscere dai suoi fratelli e poi “diede in un grido di pianto e tutti gli egiziani lo sentirono” (Gn 45,2).

È il grido del perdono, il grido della liberazione, di un passato troppo pesante da tenere dentro di se, il grido della riconciliazione.

Colpisce subito l’analogia di tale grido con il secondo grido di Gesù in croce: là un grido senza parole, qui un grido di pianto. Là un grido forte, alto, inarticolato, un grido senza parole, più forte del primo (di abbandono). Lo abbiamo più volte considerato: Gesù “butta fuori” in quel grido tutto quello che aveva dentro; esprime la delusione, la rabbia, il tradimento, la sofferenza … insomma, tutto il negativo che occupava il suo animo a causa dell’abbandono da parte del Padre. Con quel secondo grido, Gesù ritorna al Padre e urla tutto il suo amore di figlio, finalmente libero dal male dell’abbandono, che lo aveva attanagliato in quel breve ma tremendo e intenso attimo nel quale aveva sperimentato la più grande e infinita lontananza dal Padre.

In quella occasione, la fede di Gesù aveva vinto. Qui, Giuseppe urla, “espellendo” in quell’urlo quel male che, subdolamente si era annidato in qualche meandro dell’anima, e lì viveva sopito, ma che, improvvisamente, alla vista dei fratelli, aveva risvegliato tutto il suo ardore. Con quel male Giuseppe aveva ingaggiato una furibonda e lunga battaglia – il racconto nulla dice circa il tempo trascorso dal primo incontro con i fratelli fino allo svelamento della sua identità – ma fra un viaggio e l’altro, di tempo ne era passato di certo e tanto anche.

Ci sono voluti ben tre incontri, una serie di peripezie e di subdole prove, anche umilianti per i fratelli: Giuseppe lottava contro il male dell’abbandono e le sue “micidiali” tentazioni. Ora urla, ma un urlo di pianto; come una diga che improvvisamente si spacca, non più capace di contenere tutta quell’acqua di amarezza che si era accumulata, di giorno in giorno, nel bacino della sua anima. E un fiume impetuoso di lacrime si rovescia a valle e lì c’è dentro tutto: la rabbia, la sete di vendetta, la sofferenza, l’amarezza degli anni passati lontano dalla sua famiglia … insomma, tutto ciò che di negativo porta con se ogni abbandono, ogni tradimento.

E poi, … rimane la quiete: il suo animo finalmente è libero da tutto il male che l’abbandono aveva scatenato.

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