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Marco Griffini. Il grido del perdono: Il fallimento della “prima” adozione (3)

“… È illusorio pensare che amando si possa automaticamente suscitare l’amore, è una sorta di idealismo spirituale”

 

 Il fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?”, in continuità con la sequenza di incontri proposti nel cammino di esplorazione del mistero dell’abbandono e dell’accoglienza nella storia della salvezza, affronta la vicenda di Giuseppe, figlio di Giacobbe, narrata in uno dei racconti più affascinanti e coinvolgenti di tutta la Bibbia. Più ci si accosta alla storia di Giuseppe, più le identificazioni e le convergenze con le condizioni di abbandono e di accoglienza note nel percorso adottivo emergono e si attivano, suscitando ulteriore rielaborazione circa l’interpretazione di tali esperienze, rilette alla luce della Parola di Dio capace di svelarne l’autentico senso.

Griffini verificherà similitudini e analogie della storia di Giuseppe sia con la condizione di Gesù in croce, sia con le esperienze dei figli abbandonati e dei genitori che li hanno accolti.

Seguendo le orme di Giuseppe lungo un itinerario segnato da due grida, quello dell’abbandono e quello del perdono, Griffini si propone di indagare se anche dal grido di abbandono di Giuseppe trovi origine quel cammino che porta alla salvezza: “vogliamo, ancora una volta, comprendere se è vero che il Padre non ti abbandona ma, anzi, ti benedice”.

Il percorso è diviso in nove tappe. Questa la terza.

(Per la seconda tappa QUI)

TERZA TAPPA

 Il fallimento della “prima” adozione

Così egli rimase là in prigione” (Gn 39,20b). Giuseppe è stato tradito una seconda volta e ancora una volta da coloro nei quali ha posto la sua fiducia.

 Si trova nuovamente abbandonato e il secondo abbandono è molto, molto più duro. Sembra veramente non esserci più alcun futuro, né alcuna speranza: “se così è la vita, allora meglio farla finita” (cfr D. D’Alessio, I fratelli ritrovati, Milano 2008, p. 60).

 L’ingiustizia e la ferocia del tradimento è un coltello piantato nel cuore: e qui ritorniamo ad essere noi genitori in Giuseppe, in questo continuo scambio di ruoli.

 Siamo noi genitori ad essere “i traditori”: abbiamo dato tutto “tutti i nostri averi” a nostro figlio e lui, in tutta risposta, ci getta nel carcere della disperazione; dell’angoscia, della ribellione, della violenza, della ingratitudine.

In quel carcere, come nella cisterna, ancora una volta ci siamo tutti noi tre: tutti nuovamente traditi.

 Noi da nostro figlio, insensibile e assolutamente impermeabile alla presunta efficacia del nostro amore: “lo amo con tutto il mio cuore, perché si ribella proprio a me?”

 A questo proposito colpisce un passaggio della riflessione di Rupnik: “… è illusorio pensare che amando si possa automaticamente suscitare l’amore, è una sorta di idealismo spirituale. Amando si può suscitare l’amore delle persone già purificate. Altrimenti l’amore viene frainteso e in questo senso si verifica il suo martirio, come avviene per Cristo” (cfr M. I. Rupnik, Cerco i miei fratelli, Roma 2008, p. 11).

 … E noi veniamo messi in croce da nostro figlio. Ma nostro figlio si sente tradito da noi; noi siamo l’immagine vivente di chi lo ha abbandonato e siamo del tutto incapaci di rispondere a quella ossessionante domanda: “perché sono stato abbandonato?”

E il male sembra aver vinto … e Dio, ancora una volta, sembra tacere!

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