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Marco Griffini. Il grido del perdono: l’abbandono di Giuseppe (1)

In che misura noi ci siamo sentiti coinvolti nella vicenda dell’abbandono di nostro figlio? L’abbandono di nostro figlio è solo una sua vicenda personale o anche noi siamo entrati nella sua storia?

Il fascicolo n. 12 della rivista “Lemà sabactàni?”, in continuità con la sequenza di incontri proposti nel cammino di esplorazione del mistero dell’abbandono e dell’accoglienza nella storia della salvezza, affronta la vicenda di Giuseppe, figlio di Giacobbe, narrata in uno dei racconti più affascinanti e coinvolgenti di tutta la Bibbia. Più ci si accosta alla storia di Giuseppe, più le identificazioni e le convergenze con le condizioni di abbandono e di accoglienza note nel percorso adottivo emergono e si attivano, suscitando ulteriore rielaborazione circa l’interpretazione di tali esperienze, rilette alla luce della Parola di Dio capace di svelarne l’autentico senso.
Griffini verificherà similitudini e analogie della storia di Giuseppe sia con la condizione di Gesù in croce, sia con le esperienze dei figli abbandonati e dei genitori che li hanno accolti.
Seguendo le orme di Giuseppe lungo un itinerario segnato da due grida, quello dell’abbandono e quello del perdono, Griffini si propone di indagare se anche dal grido di abbandono di Giuseppe trovi origine quel cammino che porta alla salvezza: “vogliamo, ancora una volta, comprendere se è vero che il Padre non ti abbandona ma, anzi, ti benedice”.

Il percorso è diviso in nove tappe. Questa la prima.

L’abbandono di Giuseppe

La nostra riflessione per una spiritualità dell’adozione prosegue interrogando la Parola di Dio mentre ascoltiamo il grido dell’abbandono. Consapevoli di essere chiamati in causa dovunque c’è un abbandono, un grido di abbandono, proviamo ad accostare anche la storia di Giuseppe, l’egiziano.
Perché occuparsene? Perché lì, in quella cisterna, c’è stato un grido di abbandono, di tradimento, forse un grido che non si è sentito: ma, d’altra parte, difficilmente chi è stato abbandonato grida (ricordiamoci che si tratta di un grido fatto di silenzio sottile; è difficile sentirlo: solo Gesù in croce ha urlato il suo abbandono per tutti gli abbandonati della terra, e quel grido si è ben fatto sentire).

Quindi, anche nella vicenda di Giuseppe vogliamo indagare se da quel grido si apra un cammino che porta alla salvezza. Vogliamo, ancora una volta, comprendere se è vero che il Padre non ti abbandona ma anzi ti benedice.
Iniziamo, dunque, questo viaggio, seguendo le orme di Giuseppe in un cammino segnato, come la vicenda di Gesù in croce, da due grida: quello dell’abbandonato e quello del perdono. Alla fine vedremo che anche in Giuseppe il grido del perdono è stato più forte di quello dell’abbandono. Come in Gesù quello della speranza – il secondo – più forte di quello dell’abbandono.

Forse con Giuseppe si giunge a una tappa decisiva della nostra ricerca. Forse abbiamo trovato una risposta alla madre di tutte le domande: “Come può un bambino abbandonato da una mamma credere ancora nell’amore di un’altra mamma?”.
Giuseppe è stato gettato dai suoi fratelli in una cisterna, in mezzo al deserto. Sopra, come se nulla fosse successo, i fratelli pranzano. Che cosa avrà fatto Giuseppe? Avrà pianto? Implorato, imprecato, … gridato? Non ci è dato saperlo, ma nemmeno ci interessa. Ciò che, invece, ci preme rimarcare è una domanda: in quella cisterna, senz’acqua, chi c’è? Pensiamo sia possibile identificare solo nostro figlio o anche noi genitori? In altre parole: in che misura noi ci sentiamo o ci siamo sentiti coinvolti nella vicenda dell’abbandono di nostro figlio? L’abbandono di nostro figlio è solo una sua vicenda personale o anche noi siamo entrati nella sua storia?

È importante rispondere a questa domanda per comprendere fino a che punto la storia di Giuseppe, cioè la storia di nostro figlio, è anche la nostro storia. Perché se la sentiamo anche come la nostra storia – e noi ne siamo convinti – allora l’abbandono di nostro figlio riguarda direttamente anche noi. D’altra parte, quante volte lo abbiamo detto: quando si adotta un bambino abbandonato, si adotta “tutto” di lui; si adotta il suo corpo, il suo spirito e, soprattutto, il suo passato. In tale prospettiva, l’accoglienza di chi è stato abbandonato diventa una sorta di “nascita a ritroso”; la nostra vita, la nuova vita, non inizia dal momento dell’accoglienza, ma si spinge all’indietro, fino all’attimo “scatenante”, l’origine della nostra accoglienza: l’abbandono di nostro figlio.
La nostra nuova vita inizia proprio lì: dal momento del suo abbandono.
Se lui è stato abbandonato, anche noi lo siamo stati, da quella stessa madre.
Pertanto, un quella cisterna, ci siamo tutti, noi tre!

Fine prima tappa

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