Da gennaio a luglio di quest’anno, sarebbero stati 3.462 i cristiani massacrati. Una media di circa 17 al giorno: “È come se fossimo stati abbandonati a morire per la nostra fede”
Non sembra volersi arrestare in Nigeria la scia di rapimenti, di attacchi armati e di sangue.
È solo di pochi giorni fa, la notizia, riportata da Il Post, di un’ennesima strage consumatasi all’interno di un mercato nel nord della Nigeria, le cui vittime accertate sarebbero almeno 20. Per non parlare degli attacchi nelle scuole, con annessi rapimenti di giovanissimi studenti. Il più noto, rimbalzato sulla stampa internazionale per giungere fino a noi, è quello avvenuto nel 2014, quando, i terroristi di Boko Haram, rapirono 276 studentesse, molte delle quali, ricorda il web magazine, liberate dietro al pagamento di un riscatto o riuscite a fuggire dalla prigionia. Solo un mese fa, il sito dell’Ansa, riportava la notizia di un ennesimo attacco, questa volta in una scuola vicino Maradun, ad essere rapiti 73 studenti. L’assalto è avvenuto solo a pochi giorni dalla liberazione di altri minori presi in ostaggio in un precedente attacco e molti altri si sono succeduti nel corso degli anni. La motivazione? Spesso è una pura questione economica.
In Nigeria, oggetto di violenza sono anche e soprattutto i cristiani.
Secondo un dossier pubblicato nel mese di luglio dalla ong nigeriana Intersociety Rule of Law, tra gennaio a luglio di quest’anno, sarebbero stati 3.462 i cristiani massacrati. Una media di circa 17 al giorno. A riportare i dati è Aleteia da cui apprendiamo anche come, secondo il rapporto dell’Intersociety la maggior parte delle morti sarebbe avvenuta per mano dei pastori fulani, poi dei terroristi ed infine dei “gruppi delle forze di sicurezza collusi con il triumvirato del male”.
Risale a domenica 26 settembre la notizia del massacro di uomini donne e bambini nei villaggi di Madamai e Abun, nello Stato settentrionale nigeriano di Kaduna, avvenuto per mano dei pastori fulani inneggianti alla Jihad, a riportarne la notizia il web magazine Tempi, che sottolinea come alcuni abitanti siano periti “bruciati vivi nelle loro case”.
“Da quattro anni – racconta Padre Sam Ebute che è impegnato in una delle zone più seguite dalla violenza – da quando sono diventato prete nel 2016, seppellisco regolarmente i fedeli della mia parrocchia. I recenti attacchi ci hanno precipitati tutti nel terrore e soprattutto nella paura dell’ignoto perché non sappiamo quando si verificheranno le prossime incursioni o cosa le causerà. Non possiamo praticare la nostra fede in pace e non pensiamo che le nostre abitazioni siano al sicuro. È come se fossimo stati abbandonati a morire per la nostra fede”.
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