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Alberto Cozzi. L’intensificazione della comunione al di là dell’immediato (10)

Un processo ben rappresentato dall’esperienza del bambino abbandonato che riconosce i genitori adottivi, apparsi  sulla soglia, non come due assistenti che accudiscono, ma coloro che lo accolgono come figlio

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati a illustrare l’identità e il senso della rivista stessa così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva e affidataria.

Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) pubblicati negli anni sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.
Con l’articolo, che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo dell’ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.

Oggi presentiamo la decima delle 11 tappe.

Per leggere la nona tappa QUI

Decima tappa

 L’intensificazione della comunione al di là dell’immediato

In concreto, dunque, il comportamento simbolico assume per l’uomo la forma di un sacrificio di comunione: l’irruzione della prova opera una rottura degli equilibri delle nostre immagini di Dio ed esige una re-interpretazione del desiderio umano che permetta a Dio di manifestarsi com’è, senza ridurre l’Altro alle nostre apparenze e proiezioni.

Si tratta insomma di una sorta di mortificazione del desiderio, di sacrificio, in vista di una più profonda comunione con il suo vero termine divino. È una specie di morte a sé (alle proprie chiusure e misure) in vista di una relazione più autentica, nella quale la vera immagine di Dio viene a parola.

Questa forma di sacrificio accetta che si crei uno spazio nuovo di alleanza, in cui Dio e uomo possano incontrarsi in verità. In questo sacrificio di comunione l’uomo non espia nulla, non perde nulla, ma semplicemente obbedisce al suo desiderio più profondo, di cui scopre la dimensione concreta nell’atto di consenso con cui entra in relazione col Dio vivente. Ciò è possibile solo al modo di una scelta con cui l’uomo significa e rende effettivo questo desiderio, raggiungendo il luogo in cui la sua persona si scopre “per Dio”.

È emersa dunque, in tutta la sua portata, la dinamica della conoscenza di Dio e della verità del desiderio dell’uomo-figlio. L’uomo deve prendere posizione in rapporto al Dio di cui ha l’esperienza. Non si tratta di rinnegare l’immagine positiva di Dio e i nomi immediati, poiché è a partire da questi che si può ascoltare-comprendere la promessa. Del resto, lo stesso comportamento simbolico è quello che mantiene la confidenza, sulla base di un’immagine immediata, di cui però ha acquisito il valore analogico e non univoco. L’interpretazione simbolica non toglie i nomi positivi e l’immagine immediata di Dio, ma la trascrive all’interno di una relazione nuova. I nomi di Dio non hanno immediatamente valore rappresentativo, ma espressivo di una relazione fondante in cui l’uomo giunge a se stesso, alla verità della sua esperienza, riconoscendo la verità di Dio.

Questo processo è ben rappresentato dall’esperienza del bambino abbandonato che mantiene aperta l’attesa di un riconoscimento da parte di genitori, che gli diano la sua vera identità. Tale attesa ha la forma di un’immaginazione che parte da esperienze positive, pur deluse e rinnegate, ma che lasciano la traccia del desiderio grande che hanno acceso.

Appena i genitori (adottivi) che intendono riconoscere il bambino compaiono sulla soglia, sono investiti da questa attesa-desiderio e trovano un’accoglienza commovente: quelli non sono due assistenti che accudiscono, ma sono coloro che riconoscono il bambino come figlio, e quindi lo inseriscono in una relazione differente.

Il bambino sembra percepire questa intenzione di stabilire una relazione differente di riconoscimento e risponde attivando tutto il suo desiderio dei genitori e quindi con un affetto filiale. In questo modo il bambino e i genitori si incontrano ad un livello di rapporto in cui ne va della loro identità e non solo di gesti di assistenza.

L’intuizione teologica da raccogliere è proprio quella di esplorare questo livello del rapporto con Dio realizzato in Gesù.

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