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Alberto Cozzi. La risurrezione come riconoscimento-nuova nascita del Figlio (6)

Dio è l’autore della risurrezione in quanto Padre.  Risuscitando Gesù nello Spirito, Dio lo genera come Figlio: «Oggi ti ho generato»

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati a illustrare l’identità e il senso della rivista stessa così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva e affidataria.

Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) pubblicati negli anni sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.

Con l’articolo, che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo dell’ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.

Oggi presentiamo la sesta delle 11 tappe.

Per leggere la quinta tappa QUI

Sesta tappa

Alberto Cozzi. La risurrezione come riconoscimento-nuova nascita del Figlio

Si comprende da quanto detto (cf le precedenti tappe) perché la risurrezione fu da subito percepita non come un lieto fine, una specie di “scampato pericolo”, ma come una nuova nascita del figlio, un’esperienza in cui ne va dell’essere Padre del Dio che ha risuscitato Gesù da morte.

La risurrezione, detto altrimenti, è l’atto totale di Dio che viene “in persona” a salvare suo figlio, realizzando quel contatto immediato col suo eletto che manifesta la sua compassione e misericordia.

Troviamo chiaramente esplicitato questo significato della risurrezione nella formula kerigmatica presente nella predicazione di Paolo negli Atti degli apostoli; in questo evento si compie la promessa fatta ai padri in quanto è realizzata la generazione del Figlio per noi: «E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”» (At 13,32-33).

Ciò che c’è in gioco nella risurrezione di Gesù non è tanto una sopravvivenza al di là della morte, ma piuttosto una relazione fondata nell’“oggi” eterno di Dio, nel quale Dio stesso si manifesta come «Colui che genera il Figlio nel mondo, mediante la risurrezione dai morti».

L’atto della risurrezione realizza nella storia qualcosa di nuovo: una relazione della creatura con Dio più originaria, nella quale Dio ci incontra in modo nuovo nel Figlio. La buona notizia si risolve nell’annuncio di un Dio-Padre che genera, per noi, il proprio Figlio nel mondo (Rm 1,1-4). È proprio nella morte e risurrezione di Gesù che si realizza pienamente nel mondo e si rivela la paternità di Dio nei confronti del Figlio: è il mistero filiale della Pasqua di Gesù.

La resurrezione di Gesù è l’opera di Dio nella sua paternità e la risurrezione è il mistero della generazione del Figlio manifestato nel mondo. Dio è l’autore della risurrezione in quanto Padre. In tal senso Paolo si dice «apostolo… per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato» (Gal 1,1), mentre Pietro loda Dio dicendo: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti» (1Pt 1,3).

Gesù, dal canto suo, è Figlio nella sua risurrezione: «Il suo Figlio, che Egli ha risuscitato dai morti» (1Ts 1,10); «Primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18). Dio genera Gesù come Figlio nella risurrezione mediante lo Spirito Santo (Rm 1,4; 8,11), che è quindi la “potenza generatrice” di Dio. Risuscitando Gesù nello Spirito, Dio lo genera come Figlio: «Oggi ti ho generato». Il vangelo di Dio, che proclama un Dio che ha risuscitato Gesù, è la buona notizia di un Dio Padre che genera il proprio Figlio e lo genera per noi. La risurrezione di Gesù è opera di Dio Padre, pienezza della generazione del Figlio nel mondo (per questo tipo di considerazioni si veda la stimolante riflessione di F.X. Durrwell, Il Padre. Dio nel suo mistero, Roma 1995).

Poiché la risurrezione di Gesù è un atto totale, che identifica Dio col destino di Gesù, il nome “Padre” determina Dio in maniera totale e definitiva. La paternità di Dio è assoluta: la potenza di Dio è interamente concentrata nell’azione risuscitante (Mt 28,18; Ef 1,19-20) e in essa si realizza tutta la potenza che definisce l’essere di Dio. Si tratta di un’azione così radicale, che va colta all’origine di tutto (1Cor 8,6). Pertanto tutto il mistero divino viene evocato quando si chiama Dio il Padre «che ha risuscitato Cristo dai morti» (Rm 8,11; 1Cor 6,14; 2Cor 4,14).

Ciò che più sorprende dell’annuncio pasquale del Risorto è proprio il fatto che i discepoli hanno sentito nella risurrezione di Gesù tutta la forza di questo venire a salvare di Dio “in persona”, in quanto Padre: «Non un mediatore, non Mosè o un altro profeta, ma Dio stesso è venuto a salvare».

Questa intuizione li ha portati a rileggere la vicenda di Gesù, e in particolare la sua croce, come espressione della speranza perseverante del giusto-figlio in quel destino immortale che la fedeltà di Dio ha inteso per i suoi figli e ha inscritto nel loro desiderio. La croce va letta alla luce di questa speranza e attesa.

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