Un secolo fa, ben prima che nascesse il movimento paralimpico “ufficiale”, Pio X promosse in Vaticano delle gare sportive che fossero concretamente un momento di inclusività per tutti, specie le persone più fragili
A Tokyo sono in pieno svolgimento le Paralimpiadi, con l’Italia assoluta protagonista e vincitrice già di diverse medaglie. Ufficialmente, la prima edizione dei Giochi Paralimpici si svolse a Roma nel 1960, ma le radici nascoste di questo evento riportano a oltre un secolo fa, sempre a Roma o, più precisamente, in Vaticano.
Le gare sportive volute da Pio X a inizio del Novecento
A riportare la storia è l’Osservatore Romano che ricorda come tra il 1905 e il 1908 in Vaticano si svolsero dei campionati “mondiali” di atletica e di come spesso le parrocchie romane organizzassero gare sportive alla presenza del Papa san Pio X nelle quali erano presenti anche atleti con disabilità.
Le gare erano seguite con enfasi dal quotidiano della Santa Sede, che riportava cronache, commenti e risultati, sottolineando lo spirito con il quale tutto era organizzato: quello di rendere lo sport esempio di inclusività.
Pio X credeva molto in questo progetto, tanto da scrivere in una lettera del 1911: “Quando ho aperto il Vaticano ai grandi concorsi dei ginnasti cattolici, ho dato una dimostrazione chiara del mio pensiero. Se oggi sussistono ancora dei dubbi, allora non mi resta che mettermi io stesso a fare esercizi, affinché sia seguito il mio esempio”.
Il senso di inclusività dei giochi Paralimpici
E ancora oggi, il senso dei giochi paralimpici non si discosta da questa visione: mostrare come atleti che nella loro vita hanno dovuto affrontare grandi difficoltà siano in grado di mettere in mostra grandi qualità non solo sportive, ma anche umane. Papa Francesco, sull’onda di questa tradizione, ha fondato la squadra polisportiva Athletica Vaticana proprio per applicare nel concreto le indicazioni e l’idea di una testimonianza cristiana portata avanti anche tra le donne e gli uomini di sport. Un modo per non escludere nessuno, specie i più fragili.
In questo senso, come scrive l’Osservatore Romano: “La sempre più grande copertura mediatica delle Paralimpiadi favorisce una nuova consapevolezza e stimola riflessioni preziosissime sia sul ruolo sociale dello sport sia sul concetto di abilità”. “L’obiettivo del movimento paralimpico non è soltanto celebrare un grande evento, ma dimostrare quello che atleti — pur fortemente feriti nella vita — riescono a raggiungere quando sono messi nelle condizioni di poterlo fare. E se vale per lo sport, tanto più deve valere per la vita”.
È l’esempio ciò che più conta nelle paralimpiadi; la promozione di un diverso concetto della disabilità: “Vedere le abilità di un atleta paralimpico di alto livello – prosegue il quotidiano della Santa Sede – porta inevitabilmente alla curiosità, a interrogarsi: ma come fa, con quelle protesi? E se lo si può fare nello sport, perché non in un ufficio o in classe? Con lo sport si può — si deve — coltivare la consapevolezza di cambiare la percezione della disabilità nella quotidianità di una famiglia, di una scuola, di un posto di lavoro…”.
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