L’invocazione di Dio nella sua paternità non è una semplice supplica per la sopravvivenza” ma l’esigenza di rinnovare un contatto con Dio immediato, in cui emerge una qualità nuova della relazione del Dio fedele e misericordioso

Il numero 1 della rivista “Lemà sabactàni?” costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati ad illustrare l’identità e il senso della rivista così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva ed affidataria.
Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) negli anni pubblicati sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.
Con l’articolo che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo della ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.
Oggi presentiamo la quarta delle 11 tappe.
Per leggere la terza tappa QUI
Quarta tappa
L’invocazione di Dio Padre in Isaia (Is 63,7-64,11)
Possiamo ascoltare, alla luce di alcune precisazioni (cf quanto illustrato nella terza tappa), due luoghi strategici dell’invocazione di Dio come Padre, per verificare la qualità della relazione messa in campo e quindi valutare l’attesa di Gesù sulla croce nei confronti dell’«Abbà» suo.
Per ascoltare questa accorata invocazione del popolo nella prova al suo Dio in quanto «Padre che non può abbandonare per sempre», raccogliamo poche note introduttive dell’esegesi biblica proposta da L. Alonso Schökel e J.L. Sicre Diaz: «Questi versetti formano un’unità completa, non molto ordinata, con elementi tipici di supplica o di lamentazione e di confessione dei peccati… La situazione è quella di una disgrazia nazionale, come le antiche. Il popolo si rivolge al Dio della sua storia, chiedendogli che intervenga per salvarlo. E poiché la disgrazia è stata provocata in parte dai peccati, il popolo confessa le sue colpe e domanda perdono. Tutto inizia con un ripasso storico, da cui sgorga l’insistenza sul tema del ricordo… Un dato caratteristico del brano è il suo far passare in secondo piano i mediatori umani, per appellarsi alle relazioni di paternità e di filiazione. Non è stato un messaggero né un inviato, non Mosè ma “colui che stava alla tua destra”; non Abramo, né Israele-Giacobbe. Questa relazione di paternità risuona in 63,8 sulla bocca di Dio; e in 63,16 e 64,7 sulla bocca del popolo, come argomento decisivo. Essa riprende la tradizione di Os 11; Is 1,2.4; Ger 31,9.20» (cf L.A. Schökel – J.L. Sicre Diaz, I Profeti, Roma 1984, pp. 426-427).
Due ingredienti del brano biblico vanno messi in rilievo: la situazione di prova estrema che spinge a cercare nel ricordo la ragione di una rinnovata speranza al di là di ogni possibilità umana; l’invocazione a Dio perché sia lui in persona a venire a salvare, e non un mediatore. È come se Israele, nella durezza della prova, sentisse la nostalgia di Dio stesso e non di una qualunque salvezza. Vuole incontrare, nel gesto liberatore, quel Dio che “in persona” aveva salvato i suoi. Non cerca surrogati. Il nome “padre” compare proprio qui, per dire di questo contatto immediato e originario col Dio che viene a salvare. Ascoltiamo dunque il tipo di ricordo che apre l’invocazione: «Ricorderò la misericordia del Signore, le lodi del Signore: tutto quanto il Signore fece per noi, i suoi molti benefici per la casa di Israele, quanto fece con la sua compassione e la sua grande misericordia» (Is 63,7).
Si noti come al cuore della memoria vi sia la certezza d’aver sperimentato l’atteggiamento interiore di misericordia-compassione di Dio. Non si tratta di gesti provvidenziali anonimi, fortuiti o magicamente efficaci. Si è trattato di un incontro con qualcosa che riguarda “il cuore” di Dio. Ma sorprende il fatto che ulteriormente il profeta interpreta l’intenzione divina che si è realizzata in quelle gesta: si tratta di una relazione in cui Dio si riconosce padre dei suoi e li considera figli: «Egli disse “Sono mio popolo, figli che non mentiranno”. Egli fu il loro salvatore nel pericolo: non un messaggero né un inviato, lui in persona li salvò, li riscattò per il suo amore e la sua clemenza, li liberò e li portò sempre in spalla, in tutti i pericoli» (Is 63,8-9).
La paternità di Dio esprime un contatto immediato, al di là dei mediatori, un rapporto in cui Dio stesso si è messo in gioco. È questo il succo della storia di Dio coi suoi, il cammino del Padre che porta in braccio il figlio (Os 11). Ciò che interrompe questo quadro ideale è il peccato del popolo, che fa sperimentare un Dio “nemico” (Is 63,10). Eppure, è proprio in questo periodo di prova che il popolo eletto sente la nostalgia di quella presenza di Dio e fa appello alla sua paternità. L’esigenza che nasce è quella di incontrare il Dio Padre dei tempi antichi e la supplica assume toni forti e commoventi laddove chiede al Padre di non trattenere la sua compassione e il suo amore, ma di lasciarli agire a favore dei figli: «Osserva dal cielo, guarda dalla tua santa e gloriosa dimora: dove sono il tuo zelo e il tuo valore, la tua sviscerata tenerezza e compassione? Non reprimerle, perché sei nostro padre: Abramo non ci conosce, Israele ci ignora, tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre il tuo nome è “nostro redentore”» (Is 63,15-16).
Si crea così una forte tensione tra l’infedeltà del popolo che dimentica Dio e la fedeltà di Dio in quanto Padre, che non può abbandonare il suo popolo perché tradirebbe se stesso, la sua compassione paterna. La relazione di alleanza non è uno scambio di “dare-avere”, ma una relazione paterno-filiale in cui ne va dell’identità di Dio e dell’eletto: «Nessuno invocava il tuo nome, né si sforzava di aggrapparsi a te; tu ci nascondevi il tuo volto e ci abbandonavi in balia della nostra colpa. Tuttavia, Signore, tu sei nostro padre, noi l’argilla, tu il vasaio: tutti siamo opera delle tue mani» (Is 64,6-7).
L’invocazione di Dio nella sua paternità non è una semplice supplica per la sopravvivenza. Esprime piuttosto l’esigenza di rinnovare un contatto con Dio immediato, in cui emerge una qualità nuova della relazione del Dio fedele e misericordioso col suo eletto.
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