La paura è tanta. Paura di divenire invisibili di non poter studiare, di divenire merce di scambio, vittime di matrimoni forzati, bottino di guerra

Ora che i talebani hanno issato la loro bandiera sul palazzo del potere, in una Kabul che ha desistito fin troppo mollemente lasciando spazio al regime del terrore, le tante donne afghane, si chiedono che cosa ne sarà di loro.
Mentre Suhail Shaheen portavoce degli insorti ai microfoni della BBC assicura che i diritti delle donne, questa volta verranno rispettati. Che avranno accesso all’istruzione e al lavoro, sui muri delle città i manifesti rappresentanti i volti emancipati di ragazze alla occidentale, vengono ricoperti di vernice bianca…
“In Un piccolo ristorante di Kabul, un forno tandoori – riporta askanews- dove le donne che lavoravano qui sono sopravvissute di violenza domestica del rifugio creato da Mary Akrami. Vendute come offerte di pace, scambiate per soldi, abusate.” Si chiedono cosa ne sarà adesso di loro, ora che i talebani hanno preso il potere.
“La violenza non succede solo in Afghanistan, succede in tutto il mondo – racconta Mary Akrami – Ma qui in Afghanistan a causa della guerra, le vittime sono soprattutto le donne”.
Distruggere ogni documento che possa testimoniare “l’empowerment” delle donne
Silvia Redigolo, responsabile comunicazione della Fondazione Pangea, racconta a Io Donna, il febbrile lavoro per distruggere ogni documento che possa contenere i dati sensibili delle donne aiutate nel corso del loro lavoro: “Vogliamo evitare che i talebani possano trovare i loro nomi – racconta -e mettere a repentaglio la loro libertà, la loro vita. Anche le nostre attiviste, nelle loro abitazioni, stanno eliminando ogni semplice appunto che possa testimoniare il loro lavoro per l’empowerment delle donne […] In realtà sappiamo che, nei giorni scorsi, a Mazar-i Sharif hanno ucciso 15 donne che lavoravano con ONG. Ci segnalano che tante donne, in queste settimane, hanno già perso il posto di lavoro, costrette a cederlo al parente maschio più prossimo. Spero di essere smentita ma temo rastrellamenti, violenze e matrimoni forzati, se non il peggio”.
No, non reggono le parole pronunciate da Suhail Shaheen. La paura è tanta. Paura di divenire invisibile, di non poter studiare, di smettere di lavorare, di divenire merce di scambio, vittime di matrimoni forzati, bottino di guerra. Paura di essere uccise. Paura di essere relegate semplicemente ad esistere, senza poter vivere.
Donne che prima del 2001 non dovevano sorridere o persino fare rumore…
A piangere e disperarsi non sono solo le donne che prima del 2001, anno in cui il regime talebano fu rovesciato dall’intervento americano, hanno vissuto sulla propria pelle cosa voglia dire essere una donna in Afghanistan sotto il regime del terrore, lo ricorda bene l’Huffington Post:
“Alle donne non veniva permesso di uscire di casa, se non accompagnate da un tutore maschio. Il burqa era obbligatorio, non potevano truccarsi, usare smalto, indossare gioielli. Non potevano lavorare, frequentare la scuola. Non potevano ridere. Il contatto con gli uomini veniva filtrato in ogni modo. Non solo gli abiti coprivano ogni parte del corpo: lo sguardo non doveva incrociare quello di un maschio, la mano non poteva stringere quella di sesso opposto. Invisibili, impercettibili, cancellate al punto da dover limitare il rumore prodotto mentre si muovevano: il rumore dei tacchi venne vietato nel luglio del 1997. Le limitazioni si accompagnavano a punizioni esemplari in caso di trasgressione, con amputazioni e pene di morte eseguite in pubblico. Tantissime in quegli anni si sono tolte la vita”.
Oggi quelle stesse donne avevano piano piano iniziato “a fare rumore”, avevano riconquistato il diritto allo studio, al lavoro, al diritto di voto…
Ora ad avere paura a piangere lacrime amare e di disperazione non sono solo loro, sono anche le loro figlie: “Noi non contiamo perché siamo nate in Afghanistan – si dispera una giovanissima ragazza afghana su twitter- non posso fare a meno di piangere… nessuno si preoccupa di noi. Moriremo lentamente nella storia”.
E anche dall’Italia si sollevano cori indignati da parte dell’opinione pubblica e delle istituzioni:
“Il grido di aiuto delle donne e delle bambine afghane non può rimanere senza risposta– twitta il ministro per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti– l’Italia è al lavoro e farà la sua parte.
E al suo appello si aggiunge anche il nostro: ogni madre in Afghanistan è anche nostra madre, ogni figlia in Afghanistan è anche nostra figlia. Non scordiamoci di loro!
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