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Alberto Cozzi. Il grido di abbandono di Gesù in croce (2)

Al grido di Gesù fa seguito il silenzio e la tenebra: non si tratta di spiegare, ma di ascoltare ciò che Dio, nella sua alterità, vuole suggerire nello spazio di un dialogo interrotto ma non finito

Il numero 1 della rivista  “Lemà sabactàni?”  costituisce, insieme al n. 2, il primo di due fascicoli destinati ad illustrare l’identità e il senso della rivista così come delle sue prospettive, per offrire un contributo in ambito antropologico, teologico, sociale, giuridico e culturale stimolando e animando la riflessione civile ed ecclesiale sui temi dell’accoglienza famigliare adottiva ed affidataria.

Il primo numero della rivista ospita anche il primo dei preziosi e fondamentali contributi al tema del teologo Alberto Cozzi (vicepreside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e preside dell’ISSR di Milano) negli anni pubblicati sulle pagine di “Lemà sabactàni?”.

Con l’articolo che in undici distinte tappe volentieri proponiamo – abbandono/accoglienza: un nuovo luogo per la teologia – Cozzi illustra il profilo della ulteriore occasione offerta dalle dinamiche abbandono-accoglienza anche per la riflessione teologica: abitare un nuovo luogo dell’esperienza per riflettere sulla rivelazione.

Oggi presentiamo la seconda delle 11 tappe.

Per leggere la prima tappa QUI

Seconda Tappa

Il grido di abbandono di Gesù in croce

La provocazione all’ascolto della rivelazione nel luogo strategico del bambino abbandonato-accolto ci rimanda subito all’esperienza della crocifissione di Gesù. Questo rimando intercetta peraltro una crescente attenzione da parte della riflessione teologica recente sul carattere di rivelazione della croce.

In effetti si è ormai recuperato ampiamente il valore manifestativo della croce di Gesù. Se ne è così superata la possibile riduzione a strategia espiatoria e sostitutiva in vista del riscatto dai peccati, che rischiava di farne un evento salvifico a sé e per sé evidente, indipendentemente dal significato della vita di Colui che sulla croce morì. Ma il senso della morte non va mai disgiunto dal significato della vita che lì termina.

La revisione dell’interpretazione della croce converge nel sollecitare una ripresa del senso della morte di Gesù, considerata in relazione alla vita di cui è termine e non pensata in sé e per sé, a partire da categorie religiose (come il sacrificio, l’espiazione, il riscatto) assunte a priori: «La morte obbediente di Gesù è quindi il compendio, la quintessenza, il vertice ultimo e insuperabile della sua intera attività. Il significato salvifico di Gesù non investe dunque soltanto la sua morte. E tuttavia proprio in questa morte esso sperimenta la sua univocità e definitività ultime» (Cf W. Kasper, Gesù il Cristo, Brescia 1975, p. 166). Emergono le due dimensioni irrinunciabili di una teologia della salvezza donata sulla croce: la salvezza non è riducibile al fatto della morte di Gesù, ma la morte di Gesù deve avere un senso speciale per la salvezza.

Per questo incontriamo nel NT la morte di Gesù già sempre interpretata: perché nella sua morte si concentra e si manifesta definitivamente il senso della vita di Gesù e quindi la sua portata salvifica. Vita e morte di Gesù vanno lette sempre insieme. Quest’operazione di rilettura, mentre recupera il senso che Gesù ha dato alla sua morte a partire dalla sua vita, sposta l’attenzione dal valore salvifico al valore rivelatore di questa morte: da un’idea sacrificale e giuridica della redenzione si deve recuperare l’idea della salvezza mediante la rivelazione dell’amore di Dio[1]. In questo nuovo contesto acquista un valore centrale l’interpretazione del grido di abbandono di Gesù sulla croce: «Il grido di abbandono, in ultima analisi, deve essere compreso come una parola di rivelazione di Dio sulla morte di Gesù. In tal senso il grido potrà divenire per il credente una rivelazione su Dio stesso, sul suo rapporto con l’uomo, ed essere colto come chiave del comportamento cristiano, come la misura dell’amore da vivere per realizzare l’unità, come l’esegesi ultima dell’appello a portare la propria croce» (Cf G. Rossé, «Alla radice del mistero cristiano: Gesù crocifisso e abbandonato», in Aa.Vv., Trinità. Vita di Dio e progetto dell’uomo, Roma 1987, pp. 106-107).

La rivelazione che si opera sulla croce è quindi di ordine teologico, poiché il Padre, assente, sembra assumere in sé questo avvenimento per dirsi nell’abbandono del suo Figlio. La croce diventa il luogo in cui comincia a risolversi l’enigma messianico: un avvenimento in cui lo stesso Figlio gusta la morte, in solidarietà con tutti gli uomini, poveri, peccatori, ultimi, per manifestare la fedeltà di Dio Padre alle sue creature.

Questi significati del grido di Gesù derivano ultimamente dal fatto che si tratta del grido di colui che ha vissuto un’intimità unica con Dio, Padre suo e che anche nella prova estrema mantiene l’invocazione, nonostante tutto, abbandonandosi al Dio che sembra assente, come all’ultima risorsa che gli rimane. Proprio questo legame che resta nell’abbandono svela la radicalità della relazione filiale, che attraversa la morte e la vince.

L’esperienza della risurrezione è sempre connessa alla scoperta del Padre fedele di Gesù. L’interpretazione della morte di Gesù alla luce del grido d’abbandono non è dunque un ulteriore tentativo di dare un valore alla morte di croce in se stessa, ma piuttosto un passo importante nell’esplorazione delle relazioni tra Padre e Figlio, che mette in luce il libero abbandono di Gesù. La sua morte non è pensabile come un meccanismo redentore predeterminato, in cui Gesù avrebbe dovuto ritrovarsi. Al grido di Gesù fa seguito il silenzio e la tenebra: non si tratta di spiegare, ma di ascoltare ciò che Dio, nella sua alterità, vuole suggerire nello spazio di un dialogo interrotto ma non finito.

Ora, questo invito a leggere con nuova profondità la portata rivelatrice della scena della crocifissione e morte di Gesù emerge anche dalla provocazione derivante dalla condizione del bambino abbandonato-accolto, assunta come luogo di ascolto e interpretazione della rivelazione. Già a una prima considerazione, ancora intuitiva e immediata, se ne può cogliere la provocatoria profondità nella domanda chiave: perché Gesù non scende dalla croce?

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