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Il Giuda – Spiritualità dell’accoglienza del tradimento: Giuda vs Gesù (5)

Nel limbo tra la vita e la morte i Vangeli riportano che Gesù disse: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È credibile reputare che queste siano state anche le parole di Giuda?

Ha senso parlare di una spiritualità dell’accoglienza del tradimento che coinvolga le esperienze, le aspirazioni, le domande, le aspettative di coloro che accolgono minori fuori famiglia ospiti delle comunità di accoglienza ma anche le ragazze e i ragazzi beneficiari e vittime nel medesimo tempo?
Davide Pellini ha voluto, dopo la sua esperienza come educatore in una struttura residenziale per minori fuori famiglia, iniziare l’esplorazione di un nuovo cammino nel solco più vasto della spiritualità dell’accoglienza.

Ben volentieri La Pietra Scartata, sempre attenta alle esperienze di nuovi “cercatori di Dio”, ospita questo sua prima interessante e stimolante riflessione, suddivisa dall’autore in 7 tappe.
Qui presentiamo la quinta. La quarta si può leggere QUI

Quinta tappa
(QUI la quarta)

Giuda vs Gesù

Poco si racconta riguardo la morte di Giuda

(Matteo, 27,5)
“Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi”.

Come prima trattato, la laconicità può essere dovuta alla relazione simbolica: Giuda – male – morte. Tuttavia, è possibile immaginare gli ultimi momenti di vita di Giuda, magari non così diversi da quelli di Gesù. Entrambi appesi in attesa della morte che, nel caso di un’impiccagione “improvvisata” potrebbe non essere stata immediata. Nel limbo tra la vita e la morte i Vangeli riportano che Gesù disse:

(Matteo, 27, 46 e Marco, 15, 34)
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

È credibile reputare che queste siano state anche parole di Giuda? Sulla base di quanto esporto prima, sì. Se effettivamente Giuda si sentiva tradito dal progetto d’amore di Dio, l’emergere di un pensiero di questo genere è perfettamente plausibile. La morte come momento di sacrificio della speranza, massimo allontanamento tra Dio e l’uomo.

L’evangelista Luca riporta, nella vicenda della morte di Cristo, la riconciliazione con il Padre

(Luca, 23, 46a)
“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Non ci è stato detto nulla rispetto all’espressione di un cambiamento d’animo così radicale negli ultimi istanti di sopravvivenza di Giuda, perciò, verosimilmente non è accaduto. Anche se, come la questione della resurrezione tra i Santi di Giuda, non è possibile escluderlo categoricamente. In definitiva, mentre Gesù e Giuda possono essere stati vicini nel sentire la lontananza da Dio sul punto di morte, è difficile che lo siano stati anche nella riconciliazione con il Padre. A ciò possiamo provare a trovare un motivo?

(M. Griffini; Ma Dio Tace; p160) “Urla, urla di felicità Gesù; si è fatto bambino, piccolo, povero, spogliato di tutto, per ritrovare il Padre. Ma l’ha trovato, l’ha riconosciuto! E come un bambino grida tutta la sua gioia: “Padre”! finalmente quel nome, tanto amato, tanto bramato, ritorna nel suo cuore e nelle sue labbra”. Gesù, nel momento di debolezza, “ritrova”, “riconosce” Dio, quel Padre che lo ha accompagnato tutta la vita, e capisce. Il sacrificio della speranza viene evitato dall’amore genitoriale, è un amore che sembrava tradito ma non lo è, proprio per la presenza della comunione iniziale che lo ha caratterizzato prima del brusco, e poi superato, allontanamento.

(M. Griffini; Ma Dio Tace; p158) “L’atto di fede, compiuto nel momento tragico dell’abbandono, gli ha fatto raggiungere la sua identità e percepire quella del Padre suo. Riesce a dare finalmente un significato alla tragedia del suo abbandono, del perché lo ha lasciato il padre e gli si rivela, finalmente chiaro, il senso della sua missione. È lui il protagonista, l’artefice della missione di salvezza, che ora proprio grazie a lui può iniziare”. L’iniziale comunione con il padre gli permette, nella tragedia dello sperimentarsi solo, di poter scegliere e definirsi figlio di Dio.

Ma come può percorrere questo processo dialettico chi non ha conosciuto la comunione col Padre? Giuda, equivocando il progetto d’amore di Dio fin dall’inizio, non ha mai potuto fare esperienza di unità col divino, è stato sempre conflitto. Lo stesso campo di battaglia è frequentato dall’adolescente abbandonato, un posto dove non si ha mai potuto godere dell’amore di un padre. Per questi ragazzi, ormai, non è neanche più viva quell’immagine archetipica di “mamma e papà” che permette ai più piccoli di “riconoscere” i genitori quando vengono adottati. Quell’immagine potente che fa temporaneamente da genitore ai bambini in istituto e che mantiene viva la “fame di mamma” si è sgonfiata nelle menti di questi adolescenti, è stata immolata.

È allora tutto finito per i ragazzi abbandonati? No, perché rimane ancora una questione, in ombra, da risolvere: con buona pace di Dante che lo colloca all’Inferno, non sappiamo cosa sia successo a Giuda dopo il suo suicidio. Inserire gli adolescenti abbandonati in una famiglia significa voltare pagina, andare oltre al loro sacrificio. Significa puntare sull’eventualità che anche Giuda sia risorto nella comunione con Dio. Come detto, non ci sono certezze ma accogliendo si dà possibilità al progetto d’amore di Dio di compiersi.

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