Amoris Laetitia (3). La benevolenza, il fare il bene dell’altro, non solo perde significato se non comprende la pazienza, ma diventa addirittura il suo esatto opposto offendendo, privandolo di bene
Terza puntata su Amoris Laetitia (qui il link per la prima puntata e la seconda puntata)
Eccoci giunti al terzo passo del nostro cammino di riflessione che parte dal commento di Papa Francesco, contenuto nel capitolo IV della sua esortazione apostolica Amoris Laetitia, all’Inno alla Carità paolino tratto dalla prima lettera ai Corinzi (cap.13, vers.4-7): “La carità è paziente, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Il Papa, come già visto nei passi precedenti, descrive le caratteristiche e i frutti maturi della carità, mettendoli in rapporto all’amore sponsale nella quotidianità della vita familiare.
La prima qualità, che abbiamo approfondito il mese scorso, è quella della pazienza, intesa come il riuscire ad essere “lenti all’ira e grandi nell’amore” (Salmo 103, 8-10).
L’atteggiamento di benevolenza
La seconda qualità che l’inno evidenzia rispetto alla carità è la benevolenza, da Papa Francesco ripresa in Amoris Laetitia al numero 93.
Francesco introduce questo approfondimento già al n. 89 scrivendo: “la grazia del sacramento del matrimonio è destinata prima di tutto «a perfezionare l’amore dei coniugi»”, citando il Catechismo della Chiesa Cattolica, numero 1641. In nome di questa grazia sacramentale quindi, l’amore coniugale eleva sempre più la relazione tra i coniugi nella donazione reciproca, in cui sia il fine unitivo che procreativo si realizzano. Il matrimonio è un percorso meravigliosamente in salita e come tutte le salite, chi è stato in montagna lo sa bene, richiede perseveranza, impegno, gestione delle forze per raggiungere luoghi più belli di quanto ci si possa immaginare. Tenendo sempre lo sguardo sulla meta, ogni passo non è semplicemente un singolo passo in più, ma rappresenta nel punto di arrivo anche la somma dei passi precedenti. Nell’amore questa salita è ciò che permette all’eros di raggiungere il massimo livello nell’agape: corpo e anima trovano un’armonia tale da raggiungere l’estasi, intesa come capacità del dono completo di se stessi. Eros e agape nell’amore più vero coesistono come Cristo, amore incarnato di Dio, ci mostra donandosi completamente a noi sulla croce.
Ma cosa sono eros e agape?
L’eros, nell’antica Grecia esprimeva l’amore tra uomo e donna nella componente sessuale dell’amore stesso. Ma è limitante fermarsi a questa definizione. L’eros è anche associabile all’amicizia, intesa come forza che tiene uniti elementi diversi e talvolta contrastanti senza annullarli. Ad esempio è associabile anche alla politica, intesa come forza che porta a cercare di unire in un unico corpo sociale una moltitudine di cittadini. È quindi sempre una forza che tende all’unità.
Ma la meta, il punto a cui tendere è l’agape. L’agape è l’amore disinteressato, fraterno, smisurato, sovrabbondante. Quello che in latino viene detto appunto caritas. È l’amore vero, quello maturo, quello che porta il rapporto di coppia su un piano di profonda stabilità, in una tensione verso l’eternità.
L’agape è in grado di trasformare l’eros senza toglierne la dimensione di azzardo, di passione, di struggente desiderio di possedere, ma liberandolo dal desiderio di consumare l’altro, perché alla fine porterebbe alla consunzione di se stessi.
La scala di Giacobbe
Dobbiamo quindi salire, insieme al nostro sposo o alla nostra sposa, questa scala, simile a quella del sogno di Giacobbe, che porta al cielo. Infatti Giacobbe, come narra il libro della Genesi al cap. 28, versetti 10-22, sognò a Betel, mentre dormiva “una scala” che “poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. Dopodiché, sempre in sogno, Dio gli parlò promettendogli aiuto costante, la terra e la discendenza. Salendo questa scala, come sposi, impariamo ad essere pazienti e benvolenti, guariamo dall’invidia, impariamo a lottare contro l’orgoglio e impariamo il distacco generoso, impariamo a essere amabili e a misericordiare, a gioire insieme agli altri, ad essere empatici, fiduciosi, speranzosi, ad affrontare con coraggio le contrarietà invece di rifugiarci nel nostro angolo di comfort e raggiungiamo così l’estasi.
L’agape in definitiva, portandoci al di fuori di noi stessi per raggiungere l’altro, implica un movimento benevolo innescato da una forza attrattiva, l’eros.
La parola benevolenza, nell’originale greco paolino è chresteuetai, che deriva da chrestos, persona buona, colui che mostra la bontà delle sue azioni.
La benevolenza non è mai disgiunta dalla pazienza
Francesco ci invita a considerarla in riferimento alla pazienza, evidenziando che Paolo indica che la benevolenza non è mai disgiunta dalla pazienza: “considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la pazienza nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come benevola”(AL 93).
Infatti Paolo si serve del termine amare nel senso ebraico di fare il bene. Amare implica sempre un’azione, delle opere. L’amore è fecondo se ci permette di sperimentare la felicità del donare ciò che si è ricevuto in dono, la nobiltà del farlo senza calcoli, senza misura.
Questo è il significato della benevolenza.
Benevolenza verso il prossimo e benevolenza in famiglia, verso il coniuge e verso i figli. Benevolenza dei figli verso i genitori. Benevolenza di chi si mette in un atteggiamento di servizio amorevole e mostra la sua bontà più con gesti concreti che con le parole. Come ricorda il Papa riportando l’insegnamento di Sant’Ignazio, il fondatore dei Gesuiti, “l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole”.
L’amore per i figli
È facile immaginarsi questa estasi d’amore per un figlio: di fronte ad un neonato che non può vivere senza cure essenziali, la natura stessa porta il genitore a donarsi completamente, anche quando questo dono completo di se stessi si traduce in un abbandono in cui ci si spoglia completamente della propria maternità o paternità per donare speranza di vita. I figli è come se non crescessero mai, cambiano i loro bisogni ma un genitore continua ad essere disposto a tutto per rendere felice il proprio figlio, a volte anche in modo eccessivo ma comunque sincero.
L’amore per il coniuge
Nella relazione coniugale, il rischio di cadere nella logica del “io ti dono, quindi mi aspetto anche da te altrettanto in cambio” è molto alto. Quante discussioni tra sposi ruotano sul fatto che moglie o marito sentono tutto il peso della famiglia sulle proprie spalle rinfacciando all’altro di essere assente! Proprio mentre si pronunciano parole che vanno in questa direzione, bisognerebbe avere la forza di riconoscere che forse il problema non è il donarsi completamente, ma il non riconoscere con pazienza che l’altro sta facendo la stessa cosa, ma nella misura in cui è capace. La benevolenza quindi, il fare il bene dell’altro, non solo perde significato se non comprende la pazienza, ma diventa addirittura il suo esatto opposto offendendo, privandolo di bene.
Se in famiglia sapremo essere pazientemente benevoli gli uni verso gli altri, se saremo quindi sempre pronti ad agire gli uni al servizio degli altri, ognuno con i propri mezzi, scopriremo il sorriso e la gioia del vivere in serenità il vangelo della famiglia.
Cristina e Paolo Pellini
Comunità La Pietra Scartata
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