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Lascia il calcio per fare il prete

Samuel Piermarini era una promessa del pallone, convocato dalla Roma per giocare nelle sue giovanili. Ma al fascino dei soldi e della fama, Samuel ha detto no, per seguire la sua vocazione e diventare sacerdote


Forse oggi è un po’ meno sentito, ma fino a non troppi anni fa il sogno di quasi tutti i ragazzini era diventare calciatori famosi: soldi, fama, successo… sono richiami a cui è difficile resistere, specie in tempi “social” e di apparenza come questi.

Dalla convocazione nella Roma al seminario

Per la maggioranza, si sa, i sogni di un futuro nel pallone sono destinati a rimanere tali, per qualcuno, invece, si fanno via via più concreti. E quando arrivi a giocare nelle giovanili di una grande società e sei considerato una promessa, i contorni di quei sogni cominciano a diventare reali e farsi sentire con tutte la loro attrattiva.

Eppure, anche “a un passo dal sogno”, c’è chi è in gradi di dire no. O meglio, di dire un sì più grande. Come ha fatto Samuel Piermarini, ragazzo che, come portiere dell’Ostia mare, si era messo talmente in luce da ricevere una convocazione della Roma, alla ricerca di un secondo portiere per la sua squadra degli allievi (l’allenatore era quello Stramaccioni che, da lì a pochi anni, arrivò ad allenare l’Inter). Samuel, che all’epoca aveva 17 anni, fece il provino ed effettivamente fu scelto per il ruolo.

Solo, che, già all’epoca, nell’animo del ragazzo più che quella della Roma si stava facendo largo un’altra chiamata: quella della vocazione sacerdotale. “Avevo un tormento interno che mi diceva che non ero fatto per quella vita” – sono le parole di Samuel riportate da Roma Today.

Così, infatti, disse no alla Roma e, pochi mesi dopo, disse sì all’entrata in seminario diocesano internazionale Redemptoris Mater. Da lì, le esperienze come missionario in Brasile e il diaconato nella parrocchia della periferia romana di San Giovanni Battista de La Salle. Il calcio non è sparito del tutto, comunque, perché Samuel ha continuato a giocare nella Clericus Cup, il torneo del Centro sportivo italiano nel quale si sfidano sacerdoti e seminaristi pontifici.
Quindi, domenica 25 aprile, è arrivata la chiamata più importante di tutte: quella del suo nome durante l’ordinazione sacerdotale.

I futili ideali del “successo facile” soffiati via in un attimo dagli ideali di una vita vera

La storia di Samuel, oltre a colpire dal punto di vista personale, fa anche a riflettere sul ruolo dello sport, oggi finito per diventare una sorta di “mondo parallelo” fatto di business milionari e campioni inarrivabili. Lo si è visto anche nella recente, e sconclusionata, vicenda della Super League: un accordo tra 15 dei club più potenti e ricchi del mondo che alla base aveva, in fondo, un unico fondamento: quello economico.
Come sottolineava giustamente il giornalista Flavio Tranquillo in una bella intervista a Famiglia Cristiana, però, non si rischia, in questo modo, che lo sport perda il contatto con la sua parte più genuina e, anche, educativa? Quella dei ragazzini che inseguono sì un sogno, ma come Samuel possono imparare, anche dallo sport, il giusto atteggiamento di chi sa che nel mondo c’è “altro”?

“Il bambino che gioca e sogna vedendo il campione e il campione che lo ispira – dice Tranquillo -sono una parte importante di una cosa più complessa: io sento parlare tantissimo … di tutelare il sogno dei bambini di diventare il campione che 999,8 bambini su mille non diventeranno mai. Vedo invece pochissimo investimento e attenzione per l’inestimabile potenziale che lo sport come concetto generale può avere sullo sviluppo fisico, mentale, educativo, formativo di tutti i bambini. Qui qualcosa non funziona”. E, ancora: “La funzione sociale dello Sport come attività è quella di dispiegare tutto il suo potenziale formativo, educativo, culturale…”.

Non raccontare che soldi, fama e successo sono alla portata di tutti e sono l’unica cosa che conta; perché, come la storia di Samuel insegna, quando arriva la “convocazione” vera che risponde a una domanda e un bisogno più grandi, tutti quei “valori” spariscono come in un soffio. Solo, però, se si è aperti all’ascolto; se qualcuno ci ha insegnato a giocare a pallone sapendo che del pallone si può fare anche a meno. Per seguire un progetto immensamente più grande.

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