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Che cosa è l’abbandono e cosa vuol dire essere orfano oggi?

Quanti sono i bambini che, pur vivendo all’interno della propria famiglia, soffrono di solitudine o addirittura di abbandono? L’accoglienza dei propri figli non è scontata, nemmeno per quei genitori che non sono immersi in problemi che socialmente si riconoscono come gravi


Il termine “orfano” ci fa immediatamente pensare a quei bambini che, persi i genitori, vivono in immensi istituti accuditi da donne in divisa bianca dall’espressione arcigna. Quest’immagine da film, per quanto terribile, è molto limitata rispetto alla realtà dell’abbandono in Italia e nel mondo intero.

Cosa significa essere orfano, oggi

La forma di abbandono che più ci colpisce è sicuramente quella dei bambini ospitati in istituti e comunità: questi sono senza genitori, sono assistiti da educatori e apparentemente non mancano di nulla. Il sostegno materiale comunque non è sufficiente, la dimensione affettiva è quella che permette a ogni bambino di crescere sano e forte nello spirito. Senza nulla togliere agli educatori che svolgono il loro lavoro al meglio, è impossibile che una sana e duratura relazione affettiva si instauri tra un bimbo e il suo educatore che è disponibile a intermittenza, per i più che giusti turni, e che da un giorno all’altro può cambiar lavoro.

Non è nemmeno sufficiente che un bimbo istituzionalizzato abbia l’attenzione dei servizi sociali che lo seguono con un progetto educativo ad hoc. Nella migliore delle ipotesi, un progetto permette al minore, o meglio a chi lo ha in carico, di pensare ad un futuro inserimento nella società civile, ma un progetto non riempie il cuore.

Un bambino per crescere emotivamente e fisicamente ha bisogno di essere accolto e amato come figlio. Questo può avvenire in famiglia, naturale, adottiva o affidataria che sia. Accogliere un figlio significa aver cura di lui. La cura comprende la soddisfazione dei bisogni fisici, ma anche quell’abbraccio che è insieme contenimento e affetto, è infondere sicurezza e dare fiducia, è dialogo e insegnamento, è attenzione, rispetto e sincerità. Tutto questo si traduce in una coccola o in una sgridata, in una chiacchierata o in un gioco. Il genitore è modello e guida per il figlio per sempre anche in un’esperienza di affido temporaneo.

Ma quanti sono i bambini che pur vivendo all’interno della propria famiglia, soffrono di solitudine o addirittura di abbandono? Molti. Troppi. Quanti genitori presi dai loro problemi di lavoro, di coppia, di famiglia non “curano” i loro figli, ma li assistono? Troppi. L’accoglienza dei propri figli non è scontata nemmeno per quei genitori che non sono immersi in problemi che socialmente si riconoscono come gravi (dipendenze, malavita, malattia …) e che attirano l’attenzione dei servizi sociali.

Si può quindi dire che un bambino istituzionalizzato è un bambino abbandonato, ma lo è anche un bambino che vive in una famiglia problematica a cui nessuno si interessa.

Purtroppo spesso per i servizi sociali un minore non è abbandonato se è ben collocato in istituto o comunità, se su di lui c’è un progetto che ogni tanto viene aggiornato. Ma è chiaro che questo non è sufficiente ad evitare che un bambino solo diventi un adulto problematico.

Diritti sanciti e proclamati non sono stati e non sono ancora sufficienti per superare il problema abbandono

Le convenzioni internazionali e le leggi nazionali riconoscono i diritti dei bambini, ma di fatto queste non bastano a superare il problema dell’abbandono dei minori. La prima domanda da porsi è perché ci sia tanta discrepanza tra la teoria e la pratica.

Un’indicazione precisa ci viene da papa Benedetto XVI che nella recente lettera enciclica “Deus caritas est” ci dice: “Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente – ogni uomo – ha bisogno: l’amorevole dedizione personale. Non occorre uno stato che regoli e domini tutto ciò che ci occorre, ma uno stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi d’aiuto”.

Questo suggerimento è particolarmente calzante per la soluzione del problema dei minori costretti a vivere in istituto o in comunità: la legge esprime un valore condivisibile reclamando il diritto a crescere ed essere educato in una famiglia per ogni bambino, ma tale valore deve essere incarnato da quanti si sentono in qualche modo responsabili per tutti quei bambini che si vedono negare questo diritto. Le istituzioni spesso e, per certi aspetti, comprensibilmente non riescono ad andare oltre all’assistenza. Sono le famiglie che possono accogliere il bambino sofferente con amorevole dedizione personale trasformando il “diritto ad una famiglia” in “diritto a sentirsi figlio”. Questa riflessione non nasce dall’esame di dati e statistiche, ma dall’esperienza personale nel mondo dell’affido familiare: spesso il rappresentante del servizio sociale che ha in carico un caso è nell’impossibilità di seguire personalmente il bambino allontanato temporaneamente dalla propria famiglia in difficoltà. È quindi compito della famiglia affidataria portare i servizi sociali a conoscenza dei problemi e dei progressi ottenuti dal minore, affinché si possa assicurare a questo la miglior condizione per crescere. Il rappresentante delle istituzioni può assistere il minore cercando di realizzare un progetto educativo che permetta al minore di crescere in modo equilibrato. La famiglia può permettere al bambino di sentirsi figlio accolto, interiorizzando e facendo proprie modalità sane di costruire una relazione, di prendersi cura di chi si ama, di prendersi cura di se stesso.

Il calore di una famiglia o di una casa famiglia appare l’unica risposta per lenire le ingiustizie che un bambino abbandonato ha già dovuto subire. L’accoglienza in un nucleo familiare è anche la risposta alle sue pressanti richieste di essere ascoltato profondamente e aiutato a crescere nell’autostima, nella percezione di sé come essere umano importante. Nella rassicurazione di essere amato ed amato senza riserve, con continuità, senza alternanze, maturerà anche la capacità di contenere, per il percorso fatto insieme, ansie e paure, rilanciando il cuore oltre l’ostacolo.

Allo stesso modo il “diritto ad una famiglia” e quindi ad avere con sé i propri figli per un genitore biologico, può non trasformarsi in un “sentirsi genitore” che accoglie senza limiti il figlio nato. Ma, in nome di questo diritto degli adulti, molti bambini “attendono” che propri genitori siano in grado di occuparsi di loro in istituti o comunità perdendo fiducia, stima in se stessi e capacità d’amare.

Ogni bimbo che nasce ha bisogno di essere accolto come figlio

Se il “diritto ad avere una famiglia” per un bambino si realizza nel “sentirsi figlio” e lo stesso diritto per l’adulto si esplicita nel “sentirsi genitore”, appare chiaro da dove scaturisce non la necessità di un semplice atteggiamento responsabile, ma il bisogno di un’assunzione di responsabilità: la genitorialità non trova compimento solo nel generare figli, ma nell’accoglierli pienamente; se ogni bimbo nato ha bisogno per crescere di essere accolto come figlio, ogni adulto ha il dovere di far sì che ciò accada con un impegno adeguato alle proprie possibilità e capacità.

I diritti dei minori sanciti nelle varie convenzioni e leggi individuano i bisogni primari senza i quali non è possibile pensare a una crescita armonica di un bambino; voler fare giustizia per un ogni bambino abbandonato, per ogni bambino in genere, è cercare di assicurargli questi bisogni/diritti.

La ricerca della giustizia per i più piccoli deve essere esercitata da tutti gli adulti e in tutti gli ambiti (famiglia, scuola, sanità, sport …). L’impegno richiesto a quanti si “sentono genitori” è quello di farsi carico di questi piccoli, facendosi portavoce nella richiesta di concretizzazione del diritto primario di poter “essere figli” che ogni bambino detiene, nel dar voce a chi, purtroppo, sembra non averne.

Fino a che anche un solo bambino al mondo non avrà raggiunto questo stato di benessere, l’impegno non può venir meno

Come? Non scrollando le spalle di fronte alle ingiustizie, nascondendosi dietro la falsa scusa che il problema sia troppo grosso per essere affrontato da una persona, un famiglia, un gruppo di famiglie o un’associazione.

Bisogna cercare di combattere i luoghi comuni e le catene culturali, politiche, legislative, burocratiche, amministrative ed economiche che non permettono di ascoltare la voce di ogni singolo bambino in difficoltà.

È importante sfatare alcuni luoghi comuni legati al benessere dei bambini; chiediamoci se è proprio vero che un bimbo stia meglio in un istituto nel proprio paese d’origine piuttosto che con due genitori adottivi in un altro paese. Chiediamoci se il bene di un bambino sia restare fino alla maggiore età in comunità o nel “limbo” dell’affido familiare, in attesa che i genitori naturali escano dal tunnel delle dipendenze senza dare cenni di impegno e consapevolezza.

In nome di che cosa si possono accettare queste situazioni? Forse dell’importanza delle radici culturali o del legame di sangue. Ma ad un bambino che aspetta un abbraccio materno possono bastare queste risposte? A un bambino che vuole giocare, studiare e pensare al proprio futuro, cosa può interessare? Fino a che punto un bambino è disposto a mantener viva la speranza senza lasciarsi morire dentro? Che adulto sarà quel bambino che non ce l’ha fatta a mantener viva la speranza di una vita migliore?

Di fronte a tale situazione non è possibile non provare sdegno, ma è da questo sdegno che nasce quel senso di responsabilità che porta ad agire a diversi livelli.

Cosa può fare una famiglia che non riesce ad accettare di assistere alle varie forme di abbandono dei minori? Come può mettersi in gioco facendosi carico dell’altro, nella consapevolezza di non essere in grado di lottare contro le ingiustizie perpetuate ai danni dei bambini dalle istituzioni?

Può accogliere. Accogliere attraverso l’adozione o l’affido familiare, o attraverso il sostegno a quello coppie che si sentono di poterlo fare. Avere dei bambini in affido significa anche lottare per loro, far sentire la loro voce ai servizi sociali. Difenderli di fronte al pensiero, ormai diffuso, che il bambino inserito in una famiglia affidataria sia “a posto”. Non è così.

Il bambino affidato ha la necessità di sentirsi al più presto definitivo. Lo spirito della legge che prevede la temporaneità dell’affido, nasce proprio dall’esigenza del bambino di non sentirsi per lungo tempo senza radici e un futuro certo; il fatto che molti affidi si trascinano fino alla maggiore età dell’affidato mette in evidenza quanto lo strumento dell’affido non sia stato giustamente interpretato dai funzionari che hanno dovuto applicare la legge.

La temporaneità legata alla presenza di genitori naturali in difficoltà è la peculiarità dell’affido

Pensare di accogliere un bimbo per qualche tempo può apparire cosa difficile sul piano emotivo; pensare che un giorno se ne andrà può frenare quanti potrebbero essere disponibili ad affrontare questa fantastica esperienza dell’accoglienza di un bambino non proprio e che ha nel cuore i suoi genitori. Ma se il primo diritto di un bambino è quello di crescere nella sua famiglia, cosa c’è di più bello del rientro? È così che un affido ha senso, è questo il successo dell’affido.

La temporaneità spinge il genitore accogliente a darsi completamente al bambino, perché “il tempo stringe”. Questo non sempre è un bene: il bambino ha dei suoi tempi, le reazioni che l’adulto si aspetta non arrivano quando l’adulto ha bisogno della conferma che il suo “prendersi cura” sta dando frutti. Può essere che segnali positivi arrivino quando meno li si aspetta o mai. Una cosa non va mai dimenticata: l’esperienza d’affido lascerà sicuramente un qualcosa nel cuore del bambino che potrà essergli d’aiuto in un momento imprecisato della sua vita se, e solo se, il bambino si sentirà completamente accolto dalla famiglia affidataria: lui, la sua storia e la sua famiglia.

Spesso un genitore affidatario ha ben chiaro quali sono i bisogni del bimbo che accoglie; conosce la sua storia e si preoccupa del suo futuro, cerca di dargli il meglio, ma non sempre questo meglio viene accettato. Sono tanti i motivi che possono portare un minore in affido a non affidarsi completamente ai “genitori temporanei”. La cosa che più rende difficile instaurare una relazione di fiducia è il senso di lealtà dei bambini verso i genitori biologici che si trasforma in senso di colpa per averli lasciati e per pensare, forse, che uno stile di vita migliore di quello che fino a quel momento è stato loro proposto, sia possibile. Alla colpa si aggiunge la rabbia per ciò che hanno subito. Questo binomio colpa/rabbia rende spesso la vita insopportabile al bambino che reagisce con violenza o apatia, provocazione o disinteresse, desiderio o paura di avere una famiglia che lo ami.

La presenza della famiglia d’origine e la possibilità periodica di rientro da parte del bimbo in famiglia, è uno degli aspetti che più spaventano quanti si avvicinano all’affido.

È importante che i genitori affidatari non pensino di poter aiutare direttamente i genitori naturali, questo spetta ai servizi sociali competenti. È bene che i rapporti tra il bambino e la sua famiglia siano regolati dal tribunale e dai servizi, ma è importante che gli affidatari facciano rispettare tali regole. Il genitore naturale vive spesso l’allontanamento del figlio come un torto, come negazione del diritto ad avere una famiglia e quindi dei figli, non rendendosi conto dei veri motivi che portano un tribunale a decretare tale allontanamento. È quasi naturale che il genitore affidatario venga vissuto dal naturale come un antagonista; si chiederà perché quella donna e quell’uomo sono talmente migliori di lui da poter avere i suoi figli. Ma come reagisce il genitore affidatario? Non è facile dover reprimere la rabbia che spesso certi comportamenti provocano, ma è il bene del bambino che non si deve perdere di vista: accoglienza nell’affido vuol dire accompagnare il piccolo per un pezzetto di strada che dovrebbe riportarlo in famiglia, non è possibile quindi percorrere questo cammino screditando la meta da raggiungere. Il bambino deve capire che il genitore è in difficoltà e quello che stanno ricevendo, lui e i suoi genitori, è un aiuto.

La grossa difficoltà sta nel dover passare valori e regole che non coincidono con ciò che i bambini hanno ricevuto fino a quel momento dai genitori: due famiglie, due case, regole diverse, abitudini diverse, due mondi che si scontrano e un bimbo insicuro nel mezzo.

Altro compito ingrato per la famiglia accogliente è quello di contenere i tempi dell’affido, stimolando gli interventi da parte dei servizi sulla famiglia d’origine affinché, in nome del legame di sangue, l’affido non diventi un parcheggio per il minore fino a che, maggiorenne, non sarà più un problema dei servizi sociali. Il genitore al quale viene data la possibilità di riprendersi da un disagio per un periodo di tempo tanto lungo da non compromettere per sempre il futuro del figlio, ma che non dimostra di essere in grado di tornare a “sentirsi genitore”, è bene che perda tale diritto per restituire al figlio il diritto di “sentirsi figlio” con una famiglia adottiva.

Qualora i genitori naturali non ci siano più o abbiano completamente abbandonato il figlio, l’affido non ha senso d’esistere; quel figlio ha bisogno di una sua famiglia per sempre.

Un bambino per diventare un adulto sereno, consapevole di se stesso e in grado di vivere in modo pieno ogni sua relazione, ha bisogno di una relazione figlio/genitore stabile, perché è così che potrà crescere con dei modelli costanti e solidi a cui ispirarsi. Un anno per un bimbo equivale a buona parte della sua vita, per un adulto è un nulla. Ogni giorno in più che un bambino vive nella sofferenza o nell’incertezza può essere determinante per l’adulto che sarà.

È quindi fondamentale che siano sempre di più le famiglie disposte ad accogliere minori in affido, ma anche che queste famiglie siano formate perché è solo conoscendo il problema a fondo che è possibile pensare a una soluzione. Bisogna parlare di accoglienza, far sorgere un senso di responsabilità in più persone possibili, famiglie o operatori nel settore, trasformandolo in assunzione di responsabilità. Bisogna non nascondere i problemi che l’accoglienza di un minore in affido porta con sé, ma raccontare anche della gioia profonda che genera un sorriso sereno sul viso di un bimbo abbandonato.

Cristina Riccardi e Paolo Pellini 

Comunità La Pietra Scartata

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