L’atteggiamento interiore che suscita la figura di Giuda riflette la reazione, nell’esperienza affidataria, nei confronti sia della famiglia di origine sia dei vari operatori, attori coprotagonisti del complesso processo dell’affido famigliare

Il tradimento di Giuda può essere facilmente e semplicisticamente accostato al tradimento dei genitori di origine nei confronti del bambino in affido. Ma, con un briciolo di riflessione in più, può facilmente essere messo in parallelo anche con il tradimento nei confronti del bambino perpetrato dagli operatori o dalle stesse famiglie affidatarie quando le scelte fatte non sono per il vero e assoluto bene del bambino, ma sono tese a soddisfare anche i diritti degli adulti. Ogni volta in cui un bambino non è figlio, si concretizza un tradimento.
L’atteggiamento interiore che suscita la figura di Giuda ci permette di capire, con un notevole grado di precisione predittivo, la reazione nell’esperienza affidataria nei confronti della famiglia di origine, prima di tutto, e poi dei vari operatori, attori coprotagonisti del complesso processo dell’affido famigliare.
Moti interiori di condanna o di misericordia?
Gesù non ha mai condannato Giuda, ma sempre, fino all’ultimo, gli ha offerto la sua amicizia ed è andato a morire in croce anche per lui, perché fosse salvo.
Gesù a Giuda ha lavato i piedi e gli ha offerto il boccone intinto il Giovedì Santo, lo ha chiamato amico proprio nel momento in cui Giuda lo tradiva.
Giuda è colpevole di tradimento, non va assolto come fanno certi commentatori della Bibbia sulla base dell’apocrifo vangelo di Giuda, vangelo peraltro inquinato dalla gnosi, un’eresia condannata dalla Chiesa già nei primi secoli del cristianesimo. Ma un cristiano dovrebbe altresì avere verso Giuda uno sguardo di misericordia e di sospensione di giudizio, come del resto verso tutti quelli che hanno sbagliato.
È importante ricordare che là dove il male si insinua, nelle crepe dell’amore, Dio riesce sempre a gettare un seme di bene grazie alla “testardaggine” del Padre, che non abbandona mai nessuno, neanche uno come Giuda.
Alla luce di ciò, gli affidatari, anche quando non riescono a vedere il compimento dell’azione di bene nelle storie dei bambini, dovrebbero per primi sospendere ogni giudizio e cercare testardamente quel seme di bene che Dio stesso sicuramente getterà e da cui si potrà ripartire per sperare nel compimento. Ogni seme per germogliare ha bisogno di cura, di acqua. Cura che è ciò che a un affidatario è chiesto di donare.
È motivante e consolante contemplare il compimento dell’accoglienza temporanea affidataria, quando si conclude con il rientro in famiglia di origine o con l’adozione, in parallelo con il compimento dell’azione salvifica di Dio, con la morte e risurrezione di Gesù e con il dono agli uomini dello Spirito Santo, a cominciare dal giorno di Pentecoste. È per i meriti di Cristo, che si è lasciato uccidere sulla croce, che si ha il compimento del dono dello Spirito, inizio di una nuova era per l’umanità. Analogamente è anche grazie all’opera dei vari attori dell’affido, in particolare degli affidatari, se questi scendono con il bambino e “per” il bambino in quel buco nero della sofferenza in cui è precipitato, che si arriva al compimento.
Nella storia della redenzione, a un certo punto, Giuda Iscariota si rende conto di avere sbagliato e lo fa precisamente quando vede che Gesù viene condannato a morte. Il rimorso inizia a salire prepotentemente in lui. Anche la famiglia di origine a cui è stato allontanato un figlio, rendendosi conto della “condanna ingiusta” che ha subito il loro figlio allontanato, potrebbe pentirsi. Spesso succede.
Questo è un grande e auspicabile dono, che richiede però che la famiglia di origine sia aiutata dagli operatori, e da chi altri può aiutarla, perché il rimorso non la schiacci, come è avvenuto a Giuda, ma da esso sgorghi la forza per reagire, cercando in qualche modo di rimediare all’errore, dandosi l’opportunità per rimettersi in gioco.
Dopo il tradimento, infatti, Giuda prova il bruciante sentimento della disperazione. Non è capace di chiedere perdono a Dio né di perdonarsi. Si chiude ulteriormente in se stesso e diventa preda di un’angoscia profondissima. Tutto sembra perdere di senso e le tenebre lo avvolgono. Giuda, tragicamente, non riesce a uscire dall’immenso dolore della propria disperazione e si suicida. Questo purtroppo ricorda molte delle storie di chi, profondamente ferito, pensando di proteggersi si suicida lentamente, riducendosi ad un nulla, in balia di dipendenze e di violenze di ogni tipo. Questa è una forma di auto-iper-protezione che allontana e isola dal contesto sociale, distoglie le persone dal dolore, ma anche dalle cose buone della vita: i propri figli. Da protezione diventa punizione di se stessi.
È d’altro canto interessante notare come in Giuda possiamo anche ritrovare alcuni aspetti dei genitori adottivi e affidatari. Lo ha appunto notato una mamma adottiva membro dell’associazione di fedeli La Pietra Scartata.
In un approfondimento pubblicato sulla rivista Lemà Sabactàni (n°11), ha evidenziato come si possano individuare tre aspetti che in Giuda portano al tradimento e su cui dobbiamo noi stessi vigilare per non cadere negli stessi errori. Questi aspetti sono: l’egoismo, la delusione e la solitudine. Prima di tutto l’egoismo. Giuda pensa sostanzialmente a se stesso e al suo desiderio di vedere giustizia per il suo popolo. Vedendo che Gesù imbocca altre strade ne prende in qualche modo le distanze, senza però lasciare il gruppo dei discepoli più vicini, cadendo così nella doppiezza e nella falsità. Consideriamo poi il sentimento della delusione: Giuda era deluso di Gesù. L’aveva seguito all’inizio con entusiasmo, credendolo il liberatore del suo popolo dal giogo dei Romani. Era stato scelto tra i discepoli più vicini. Ma nel corso del tempo aveva visto che il Maestro usava la sua potenza in un modo diverso da quello che lui si era immaginato.
uanto alla solitudine, Giuda si sentiva senz’altro solo, incompreso anche nel gruppo dei dodici con il Maestro. Era in crisi e non sentiva più gli altri attorno a lui che erano lì pronti per aiutarlo. Non si sentiva più amato e tendeva a isolarsi.
L’egoismo per un genitore affidatario può coincidere con il proprio desiderio di vedere realizzato il bene del bambino accolto, tanto da non riuscire più a vedere il bene comune al bambino e alla sua famiglia, qualsiasi esso sia, rientro o allontanamento definitivo. Da qui, poi, il salto nella delusione è breve.
La solitudine, invece, è il rischio sempre in agguato per le famiglie affidatarie. Purtroppo, non è raro incontrare famiglie affidatarie che, non accompagnate da alcuna associazione o rete coadiuvante, hanno sperimentato periodi più o meno lunghi di solitudine di fronte ai problemi del loro affido. Esperienze di questo tipo rendono impossibile accorgersi della cortina di bene che circonda l’accoglienza affidataria: una comunità che si prende cura dei propri figli.
Capita anche alle famiglie affidatarie di passare momenti molto difficili. È vitale in questi momenti essere aiutati da qualcuno, come detto, e non perdere l’invocazione, pregando Dio di donare la capacità di affidarsi agli altri e di farsi da essi consigliare.
Diversi autori (ad esempio Don Primo Mazzolari e il teologo/filosofo tedesco di origini italiane Romano Guardini) sottolineano che Gesù muore anche per Giuda e che, quindi, non si può non pensare che, alla fine, Giuda venga salvato per l’eternità. È bello immaginarsi questo. È la dimensione inconcepibile della misericordia di Dio. Non dimentichiamo che i vangeli mostrano chiaramente che Gesù non smette mai di voler bene a Giuda e, come detto, lo chiama amico perfino nel momento del tradimento. Questo dà un’indicazione del modo del tutto speciale in cui Gesù ama Giuda.
Nella storia di Giuda, peraltro, è ravvisabile uno dei tipici modi di agire del nostro Dio: ricavare un immenso bene da un grande male. Il Figlio è tradito da uno dei suoi amici più intimi e Dio ricava da questo male addirittura la salvezza, per sempre, per l’umanità intera. Che opera mirabile! Così è nell’affido: da un male terribile, dei genitori che trascurano gravemente il proprio figlio, Dio, servendosi di semplici famiglie affidatarie e di attenti operatori, ne ricava un grande bene: quello stesso figlio riesce a riabbracciare i propri genitori risanati e migliorati oppure trova quella che era destinata ad essere la sua vera famiglia in una nuova famiglia adottiva.
Ma la storia di Giuda ci avverte anche di quanto il male possa essere radicato e refrattario ad ogni cambiamento. Gesù stesso non riesce a purificare Giuda né con la parola né con i gesti dell’amore più estremo (il lavaggio dei piedi, l’offerta del boccone, il caloroso saluto nel momento del dramma).
La famiglia affidataria deve essere pronta anche all’eventualità che la situazione della famiglia di origine, per qualche misteriosa circostanza, non migliori ed essere così chiamata a preparare il bambino per un’adozione o comunque al fatto che non ci sia possibilità di rientro. È necessario restare all’erta, restare vigilanti.
Contempliamo infine la testardaggine di Gesù, che si mantiene fino all’ultimo disponibile al sacrificio, tiene la posizione, non indietreggia, nonostante il tradimento di Giuda e degli altri discepoli che scappano. Come non vedere in questo una fonte di ispirazione per le famiglie affidatarie a non indietreggiare, a mantenere la posizione quando infuria la lotta contro il male per il bambino accolto? Gesù non si sottrae, non scappa, non blocca Giuda quando esce dal Cenacolo per andare a tradirlo. Gesù sa che quello che sta facendo, salendo sul Calvario, lo sta facendo anche per Giuda, indipendentemente dal fatto che Giuda decida di perseverare nella sua intenzione di tradirlo o cambi idea. Gesù è fedele al dono di sé che il Padre gli ha richiesto. Perseverando fino alla fine.
(Approfondimento n.10) (Per leggere la puntata n.9 QUI)
Cristina Riccardi e Paolo Pellini
Comunità La Pietra Scartata
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