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Abbiamo desiderato un dono del cielo oppure abbiamo solo cercato di obbligare Dio a darci un figlio?

“Ci siamo resi conto che se non ci fosse stata la prima adozione non ci sarebbe stata la seconda e se non ci fosse stata la seconda adozione non ci sarebbe stata la prima”.

Nel ripensare ai primi momenti nei quali ci siamo posti l’opportunità di una adozione, il primo ostacolo è giunto proprio a seguito delle analisi di infertilità, o meglio, di non-fertilità. Gli attori di tali circostanze (personale sanitario) ci avevano consigliato tecniche di fecondazione assistita o donatori.

Un figlio è un dono.

 La nostra esperienza di poca fede ci ha comunque preservato da una situazione potenzialmente incompatibile con l’idea, il sogno e l’aspettativa di uno o più figli, permettendoci di dare nuovo significato a quello che abbiamo comunque e inizialmente vissuto come un lutto.

Nella nostra preparazione al matrimonio più volte ci eravamo chiesti se saremmo stati accoglienti verso un figlio adottato e l’idea ci era sempre piaciuta. Trovarsi poi di fronte all’oggettiva situazione era comunque un’esperienza ben diversa da come immaginata, ma permetteva all’adozione idealizzata di divenire un possibilità reale.

Riteniamo doveroso scrivere che non abbiamo mai considerato l’adozione come un ripiego. Dopo anni ci accorgiamo che l’idea non ci ha mai sfiorato, convinti ancora oggi che un figlio sia un dono, non una proprietà e che si cresce con lui/lei donando”si” una famiglia.

La prima domanda di adozione: il diniego dell’idoneità

Riflettendo sulla nostra prima domanda di adozione (fatta dopo tre anni di matrimonio e poi non concretizzatasi, ci sembra utile ricordare il momento nel quale siamo stati messi in discussione, quando, a conclusione del percorso preparatorio, all’udienza che avrebbe sancito la nostra idoneità o meno, siamo stati respinti poiché è stato ritenuto che non avessimo ancora elaborato il lutto della non genitorialità biologica, con grande nostra sorpresa e nonostante le relazioni giunte all’udienza.

A distanza di anni, questo doloroso momento, fa ora semplicemente parte della nostra storia familiare e ci ha insegnato molto in quanto ad attesa e pazienza. Ci chiediamo in quanti sono naufragati su questo scoglio. In quanti sono rimasti bloccati ad un momento simile e ne hanno fatto una sorta di prigione,  di “conferma che non dobbiamo avere figli?” Come può una coppia, per quanto ben preparata, alla prima adozione presentarsi già navigata su un tale lutto se non può aver vissuto l’esperienza di adottare?

Dopo tale momento solo la nostra esperienza familiare (e certamente tante intuizioni che si sono susseguite negli anni seguenti) ci ha poi permesso di intraprendere nuovamente la strada verso due concrete adozioni.

Il secondo percorso di adozione e la rinuncia all’adozione nazionale…

 Premesso quindi che la nostra ultima domanda di adozione risale ad ormai otto anni fa (e non sappiamo se vi sono state significative evoluzioni), nel percorso della seconda domanda di adozione come pure nella terza, c’è quello che a noi pare un equivoco e che per molto tempo abbiamo vissuto come un potenziale rischio di interruzione del percorso di adozione: quello di dover rinunciare alla nazionale se l’incarico lo si è affidato ad un ente per l‘adozione internazionale.

Capiamo certamente le ragioni pratiche di tale richiesta, ma lo valutiamo rischioso, in quanto se ci rechiamo in un tribunale chiedere ed ottenere l’idoneità per quale ragione dovrebbero esisterne due distinte? Il rischio che vediamo è quello di contrapporre (e comunque mettere la coppia di fronte a tale scelta) due ambiti quando, fino a prova contraria, la disponibilità ad adottare è indistinta o almeno tale dovrebbe essere.

Solo con l’esperienza dell’adozione nazionale abbiamo poi capito il senso della richiesta dell’ente: quello di non generare un’inutile aspettativa in nessuno. Rimane comunque un punto molto importante da spiegare bene a coloro che si affacciano al mondo dell’adozione.

Il terzo percorso di adozione. Tra aspettative e realtà

Riflettendo sul terzo percorso di adozione, ci siamo ricordati come siamo stati in difficoltà quando l’ente ha scelto per nostro conto il Paese. In questo caso pensiamo sia fondamentale formare le coppie ad una scelta che coniughi aspettative (il sogno) e realtà: ad esempio noi non avremmo potuto sostenere determinati costi con taluni Paesi o tantomeno stare lontano da casa svariati mesi. Complica ulteriormente la difficoltà di trovare e capire i costi che sono legati alle procedure, con le loro molte variabili. Nel portare avanti tale adozione abbiamo dovuto chiedere un paio di mutui quasi alla cieca, in quanto i costi del viaggio non erano particolarmente dettagliati.

Il tema del costo ci permette di introdurre quanto abbiamo talvolta definito (ci venga passata l’espressione un po’ forte) “l’adozione è da ricchi”. L’adozione dovrebbe essere accessibile a tutte le coppie ed anche il solo rebus di rimborsi sì/rimborsi no/rimborsi forse non ha certo agevolato le scelte di molti. L’obiettivo deve essere puntare ad avere coppie ricche di accoglienza ed anche di una buona dose di spirito di avventura.

Ultimo corto-circuito che ricordiamo è stato, nel contesto del corso maturativo, quella di sentire chiaramente e ripetutamente svalutata la nostra prima esperienza di adozione solo perché si trattava di adozione nazionale, come se questa fosse stata più semplice.

Ci chiediamo quindi quanto siamo stati disposti ad accogliere: abbiamo desiderato un dono del Cielo oppure abbiamo solo cercato di obbligare Dio a darci un figlio?

C’è un tema, a noi molto caro e si riassume con due personaggi biblici: Ismaele e Isacco.

Nel nostro caso l’ordine è inverso: primo è giunto il figlio della promessa (l’adozione nazionale che è giunta dall’oggi al domani) e poi il figlio del percorso più ragionato e cadenzato di tappe (l’adozione internazionale).

Ci siamo fatti aiutare da un sacerdote per capire se con una seconda adozione non avremmo voluto forzare la Volontà di Dio, ma quando poi abbiamo conosciuto il nostro Ismaele ci siamo ricordati che anche Ismaele è stato benedetto da Dio ed ogni dubbio si è dissolto.

Ci siamo resi conto che se non ci fosse stata la prima adozione non ci sarebbe stata la seconda e se non ci fosse stata la seconda adozione non ci sarebbe stata la prima. Altresì, se avessimo avuto un’adozione internazionale come prima adozione non avremmo forse avuto le forze economiche per intraprendere la seconda e se non fosse stata la convinzione che anche l’adozione internazionale era una strada possibile per noi non avremmo intrapreso nemmeno il primo percorso.

Ci piace infine sottolineare che nei corsi di preparazione è sì importante che l’adozione venga affrontata con concretezza, ma che prima di tutto essa nasce da un sogno.

A molti, anche a noi,  hanno ripetuto (ed a nostra volta lo abbiamo ripetuto ad altri) che “poi la realtà è dura”. Nel tempo ci siamo accorti che tale frase poteva disilludere molto e non aiutava affatto “il sogno”.

Spesso leggiamo o ascoltiamo operatori che si fermano alla dura-realtà e quindi ricorrono –quasi a compensare- al romanticismo dell’adozione (tipo quello che fa piangere nei film di fronte al piccolo abbandonato), ma noi (genitori e figli) non siamo solo soggetti da abbinare.

Troviamo che ci sia un concetto che sta nel mezzo: un bambino abbandonato ha il diritto di sognare una famiglia ed una coppia può sognare un figlio.

Non stiamo quindi parlando di sogno in termini di idealizzazione, ma di distinguere con attenzione il sogno, libero, legittimo e progettuale, dal “per lo più” inutile romanticismo, come pure dalla sola gestione tecnica della famiglia.

Solo allora le persone “si incontreranno”. Quando scopriranno di essere, appunto, “persone” ovvero di poter scegliere in modo quanto più autonomo la relazione che si compie, tutti i giorni, nel quotidiano e che prende il nome di famiglia.

Mauro e Alessandra Pellegrini

 Gruppo Famiglie Ai.Bi. Toscana 

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