Oggi abbiamo l’opportunità di far emergere il cruciale ruolo avuto da Giuseppe nella storia di Maria e in quella di Gesù, ben oltre gli stereotipi in cui è talvolta stato frettolosamente rinchiuso. (Patris Corde 1)
Accanto al decreto di indizione dell’Anno speciale dedicato a San Giuseppe, il Papa ha inteso anche pubblicare una specifica Lettera Apostolica “PATRIS CORDE” ( Con cuore di Padre) dedicata proprio alla straordinaria figura del Santo “così vicina alla condizione umana di ciascuno di noi”.
E proprio in merito alla lettera Apostolica “Patris Corde” abbiamo deciso di proporvi un interessante commento suddiviso in tre parti, a cura di Gianmario Fogliazza, del Centro Studi La Pietra Scartata.
Oggi pubblicheremo la prima.
Un anno speciale per San Giuseppe
L’8 dicembre 2020 in occasione della ricorrenza dei 150 anni del Decreto Quemadmodum Deus, con cui Pio IX dichiarò San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, Papa Francesco ha indetto uno speciale Anno dedicato a San Giuseppe.
Ora come allora, l’occasione è da comprendere nel contesto di un progetto della Provvidenza grazie a cui si potrà meglio accostare e contemplare il profilo di Giuseppe, sposo di Maria e papà di Gesù, senza limitarsi a considerarlo nel ruolo di chi, avendo difeso Gesù e Maria, nel 1870 veniva chiamato ad essere il difensore della Chiesa; si tratta di una funzione cui San Giuseppe fu “eletto” durante un periodo difficile per la Chiesa, il cui senso ha poi ricevuto nel corso del tempo opportunità per essere meglio ricompreso e rivalutato, senza trascurare la portata della cosiddetta “breccia di Porta Pia”, ma inquadrandola in un più ampio e rasserenato contesto.
Se, quindi, al centro riusciamo a porre San Giuseppe e non una Chiesa da difendere, abbiamo senz’altro l’opportunità di far emergere il cruciale ruolo avuto da Giuseppe nella storia di Maria e in quella di Gesù, ben oltre gli stereotipi in cui è talvolta stato frettolosamente rinchiuso, aiutati anche dalle intuizioni già presenti nel magistero pontificio laddove, prima di Francesco, altri pontefici si sono premurati di approfondire «il messaggio racchiuso nei pochi dati tramandati dai Vangeli per evidenziare maggiormente il suo ruolo centrale nella storia della salvezza: il Beato Pio IX lo ha dichiarato “Patrono della Chiesa Cattolica”, il Venerabile Pio XII lo ha presentato quale “Patrono dei lavoratori” e San Giovanni Paolo II come “Custode del Redentore”».
Patris corde
Accanto al decreto di indizione dell’Anno speciale dedicato a San Giuseppe, il Papa ha dunque inteso anche pubblicare una specifica Lettera Apostolica – “Patris corde” – col desiderio di «condividere alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi»; un desiderio coltivato da Papa Francesco durante questi mesi di pandemia in cui, afferma, «possiamo sperimentare che le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia […]. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera».
«Tutti – afferma il Santo Padre – possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza».
Un uomo che passa inosservato, apparentemente defilato, ma tutt’altro che inutile o superfluo, grazie al quale, anche sotto il profilo della spiritualità dell’accoglienza, possiamo rintracciare emblematicamente anche i tratti della paterna genitorialità adottiva (per un approfondimento di tale prospettiva suggeriamo la lettura dei diversi contributi raccolti nel fascicolo n. 6 della rivista “Lemà sabactàni?” dedicato al tema “Giuseppe, padre adottivo di Gesù?”).
La sensibile attenzione rivolta da Papa Francesco a Giuseppe, da un lato ci consente di sottrarlo ai consueti ruoli, anche marginali o solo complementari, cui è stato talvolta in modo ingeneroso confinato; dall’altro, ci autorizza ad esplorare meglio la sua presenza e la sua funzione nelle relazioni di cui non è semplice ‘comparsa’ ma coprotagonista, consentendo ora a Maria, ora a Gesù di poter condurre sino in fondo le scelte fondamentali della propria esistenza.
Papa Francesco nella sua lettera propone sette esplorazioni delle distinte caratteristiche riconoscibili come proprie della figura di Giuseppe; le diverse peculiarità (amato; tenero; obbediente; accogliente; dal coraggio creativo; lavoratore; custode; casto; felice; …) risultano sempre associate e comunque espressione della sua paternità: Giuseppe è innanzitutto “Padre”! Nella prima parte di questo contributo considereremo i primi tre approfondimenti, mentre nella seconda e terza parte illustreremo i restanti quattro.
Padre amato
La prima caratteristica richiamata da Papa Francesco si sviluppa osservando che la rilevanza di Giuseppe «consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù, mettendosi al servizio di un complessivo disegno salvifico»: Giuseppe costituisce, «come discendente di Davide (cfr Mt 1,16.20), dalla cui radice doveva germogliare Gesù secondo la promessa fatta a Davide dal profeta Natan (cfr 2Sam 7), e come sposo di Maria di Nazaret», la cerniera che congiunge l’Antico e il Nuovo Testamento. Per il ruolo riconosciuto nella storia della salvezza, Giuseppe è quindi un padre che è stato sempre amato nella tradizione cristiana.
Padre nella tenerezza
La seconda particolarità emerge considerando come la storia della salvezza si realizzi «“nella speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze». Papa Francesco opportunamente denuncia quel deviante pensiero che ci orienta a ritenere «che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza». Se questa è la prospettiva secondo cui Dio contribuisce nella nostra storia, «dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza».
È fuorviante guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, «lo Spirito invece – chiarisce il Papa – la porta alla luce con tenerezza». È dunque la tenerezza la via da prediligere per accostare ciò che è fragile in noi. Spesso «il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità».
La tenerezza è quindi strategia di salvezza: Papa Francesco indica l’importanza della Misericordia di Dio che possiamo incontrare in via privilegiata «nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza».
Facciamo purtroppo esperienza di verità che vengono affermate con la sola prospettiva della condanna, quale esercizio di attestazione di potere che produce subordinazione o sudditanza; il cristiano invece è consapevole di poter incontrare una «Verità che viene da Dio»: grazie a questa esperienza di verità non siamo condannati, ma accolti, abbracciati, sostenuti, perdonati. «Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca».
Quanto è importante questa esperienza di fiducia e di affidamento per chi vive quella dell’abbandono e della solitudine, angosciato dalle paure, soffocato dalla fragilità e dall’incapacità di poter superare le proprie deboli condizioni?
Padre nell’obbedienza
Il terzo profilo di Giuseppe emerge attraverso una ripresa di alcuni episodi che hanno visto Giuseppe assumere decisioni ispirato dai suoi “sogni”: grazie a queste esperienze Dio gli ha rivelato i suoi disegni e le sue intenzioni, suscitando progressive libere decisioni di Giuseppe tali da esprimere, in diverse circostanze della sua vita, «il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani».
Si tratta di un’obbedienza che è indice di consapevole identità e di libera volontà, di una coscienza non coartata e non subordinata, capace di orientare e realizzare così la propria vita in modo autentico: un’obbedienza che esprime dunque una risposta ad un appello, non una banale ed anonima esecuzione di un comando.
(fine prima parte – prosegue)
Gianmario Fogliazza
Centro Studi La Pietra Scartata
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