Le scelte di Giuseppe, il padre adottivo di Gesù, hanno permesso il realizzarsi del progetto di salvezza pensato da Dio per ognuno di noi.
Giuseppe, padre di Gesù, ha attraversato nella sua vita diverse notti insonni come accade a molti genitori preoccupati per i propri figli, per il loro futuro. Ma quattro di queste notti sono state particolarmente significative per sua vita, per quella di Gesù e di Maria e di conseguenza per quella dell’umanità tutta. Le scelte di Giuseppe hanno permesso il realizzarsi del progetto di salvezza pensato da Dio per ognuno di noi. Cosa sarebbe successo se Giuseppe non avesse risposto alla chiamata del Signore? Ha poca importanza, perché Giuseppe ha risposto per almeno quattro volte con un sì pieno, creativo e responsabile.
La prima è la notte oscura della decisione più importante
Quando Maria gli ha rivelato di essere incinta, Giuseppe doveva decidere cosa fare di lei e del suo bambino. Ma “gli apparve in sogno un angelo del Signore […] Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa” (Lc 1, 20-24). Aveva pensato di ripudiare Maria in segreto, per non esporla allo scandalo, e quindi al rischio di lapidazione. Dopo il sogno dell’angelo decide di procedere con il secondo step del matrimonio ebraico.
La seconda è la notte della dolcezza
“Senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù” (Lc 1,25). La nascita di Gesù. Immaginiamo Giuseppe mentre tiene tra le sue braccia il piccolo facendo riposare Maria, lo riconosce figlio dandogli il nome. Guardando quel bimbo, chissà quali dolci pensieri o preoccupazioni o addirittura dubbi aveva.
La terza notte: quella della fuga
“Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo»” (Lc 2, 13). Giuseppe si assume consapevolmente la responsabilità per la salvezza di Maria e Gesù portando la famiglia al sicuro in Egitto senza alcun indugio.
La quarta notte insonne è quella in cui lui e Maria perdono Gesù a Gerusalemme e lo cercano disperatamente
“Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio” (Lc 2, 44-46). La coppia di sposi gira per la grande città cercando il figlio, in realtà non solo per una notte ma per ben tre giorni e tre notti, per poi sentire il figlio dire «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro”. (Lc 2,49-50). Una frase che pare una pugnalata e che anche tanti genitori affidatari si sono sentiti dire anche se in un’altra forma: “Tu non sei il mio vero padre e io non sono tuo figlio: che cosa vuoi da me? Perché ti dovrei obbedienza?”.
Anche ai papà affidatari capita di trascorrere notti insonni
I motivi possono essere diversi e molti di essi si possono facilmente intuire: si va dalla necessità di prendere decisioni importanti per il bambino, alle inevitabili incomprensioni con i servizi sociali. Dalle difficoltà di rapporti con la famiglia di origine alla mancanza di tempestività delle decisioni del tribunale. Dai comportamenti preoccupanti del bimbo accolto all’insensibilità della scuola o di alcune sue componenti ai suoi problemi. Conforta però i papà affidatari e con loro le mamme, il sapere che anche Giuseppe ha dovuto affrontare momenti simili e che è sempre riuscito a prendere la giusta via affidandosi a quel Dio in cui lui credeva e che, aveva capito, essere entrato prepotentemente nella sua storia di uomo, di marito e di padre.
“Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua madre” (Lettera Apostolica Patris Corde del Santo Padre Francesco, 8 dicembre 2020)
La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie”
Dio Padre mette il Figlio totalmente nelle mani di Giuseppe. Infatti mentre Maria sa che quello che l’Angelo le ha annunciato è successo realmente, e cioè che lei ha concepito per opera dello Spirito Santo; Giuseppe invece è chiamato a crederlo esclusivamente sulla parola di Maria e dell’angelo. Gesù si espone, per così dire, al “rischio della fede di Giuseppe”. Si mette nelle sue mani, scommette sulla sua kènosi (spoliazione di sé), sulla rinuncia alla sua paternità, diciamo, tradizionale. “Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia […] La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie” (ibidem).
Il bambino affidato, anche se forzato dalla necessità, si mette nelle mani del papà affidatario il quale lo accoglie nella sua casa rinunciando alla paternità piena per abbracciare una paternità affidataria limitata ma solo giuridicamente.
Non ci interessa etichettare la paternità di Giuseppe. Padre adottivo? Padre affidatario? Padre putativo, secondo la tradizione della Chiesa? Non importa. Quello che è certo è che i papà affidatari possono guardare a lui in cerca di ispirazione e possono invocarlo a intercedere per loro presso Dio. Giuseppe è colui che dopo il sì di Maria, ha detto a sua volta un sì che ha permesso il compimento delle Scritture e un nuovo inizio.
Senza il sì di entrambi i genitori affidatari e della loro famiglia, il bambino in difficoltà non troverebbe una famiglia che lo accolga e che lo avvii verso una vita dignitosa e serena.
Padri e madri nell’ombra, coprotagonisti di una storia che si realizza attraverso il dono di se stessi, ma già destinatari del dono del figlio a loro affidato, liberi dalle logiche del possesso e della necessità carnale di sentirsi genitori.
Anche Dio, per nascere e per crescere ha avuto bisogno di una famiglia!
È bello pensare che anche Dio, per nascere, per crescere, per imparare a stare nel mondo ha avuto bisogno di una famiglia! Di un padre come Giuseppe che si è preso cura di Gesù proteggendolo dai pericoli, preoccupandosi della sua crescita fisica e spirituale, insegnandogli un mestiere per lanciarlo alla vita che lo aspettava; noi sappiamo che tutto ciò è stato fatto da Giuseppe per lasciare andare il figlio perché si realizzasse il progetto di salvezza. Certo Giuseppe aveva avuto dall’angelo qualche indicazione, ma sicuramente come ogni genitore, non sapeva cosa riservasse il futuro al figlio. Sapeva che quel bambino era destinato a qualcosa di veramente grande, ma non è ogni bambino, per il solo fatto di essere nato, destinato a qualcosa di grande?
Se questo bisogno di crescere con una mamma ed un papà è valso per Gesù come si può pensare che non valga ancora di più per ogni bambino nato su questa terra? Perché ancora si pensa che questa “funzione” paterna possa essere sostenuta anche da un sistema assistenzialistico che non contempla l’accoglienza in una famiglia dove un padre e una madre non sono dei semplici “facenti funzione” ma veri padri e vere madri?
Con l’accoglienza di un bambino, inizia una vita di speranza
Con l’accoglienza di Gesù da parte di Giuseppe inizia una nuova era. Con l’accoglienza di un bambino, inizia una vita di speranza e fiducia ritrovata per il bimbo stesso e per la famiglia che lo ha accolto come figlio.
Dio Padre affidando suo figlio a Giuseppe mostra che la genitorialità della carne e del sangue non è la cosa che conta maggiormente. La vera genitorialità che lega Giuseppe a Gesù è esclusivamente fondata sulla volontà divina e sulla docile risposta dell’uomo. L’accoglienza di Gesù da parte di Giuseppe è certo di origine divina, ma al contempo ci viene rivelata come pienamente umana, perché nasce dall’amore, non dal sangue della carne umana ma passando attraverso la carne della quotidianità, della cura e delle preoccupazioni.
Anche un genitore affidatario risponde ad una chiamata, ad un desiderio che nasce dall’incontro con qualche “angelo”: un’altra famiglia affidataria, un articolo di giornale, un manifesto. Ma diventa poi genitore nella carne, tanto da soffrire le pene dei figli, come qualsiasi genitore. Essere madri e padri significa anche questo: nella cura, soffrire e gioire con i propri figli per le piccole e grandi situazioni quotidiane.
Quante volte ancora oggi, il legame di sangue, una genitorialità che è possesso e non dono di sé, tiene imprigionati in un limbo infinitamente lungo bambini che invece avrebbero il diritto, oltre che il bisogno, di avere un padre (e un Padre)?
Gesù stesso, diventato adulto, ribadirà la falsità del mito del legame di sangue quando chiederà ai suoi discepoli: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre»” (Mc 3, 33-34). È evidente che il Dio-con-noi ci consegna gli uni agli altri in legami nuovi di fratellanza, in una nuova parentela irriducibile alla logica del dna, dell’assomigliarsi e del riconoscersi nell’aspetto. Una parentela che si riconosce nell’essere tutti figli e fratelli.
Giuseppe non dice una sola parola che venga riportata dai redattori dei quattro vangeli. Giuseppe sogna, Giuseppe cerca soluzioni e agisce in modo efficace. Giuseppe non parla. Lo spazio della parola è tutto occupato dal Verbo (la Parola incarnata) che diventa suo figlio. Il padre deve ritirarsi nel silenzio suo e in quel silenzio che il Vangelo mantiene su di lui, per lasciare al figlio lo spazio per crescere e per occuparsi delle cose del Padre suo. Lasciamoci ispirare, padri e madri affidatarie (ma anche genitori tutti), da questa economia delle parole. Il nostro ruolo non è tanto quello del parlare, ma quello del vigilare, del custodire, dell’agire per la cura della nostra famiglia, lasciando spazio a quel piccolo Gesù che abbiamo accolto nella nostra casa.
(Approfondimento 9) (Per leggere la puntata n.8 QUI)
Cristina Ricciardi e Paolo Pellini
Comunità “La Pietra Scartata”.
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