Se ne è andato uno dei volti del mitico mondiale 1982. Che da giovanissimo pensava al sacerdozio
Ci ha lasciati l’ex campione del mondo di calcio (con la mitica nazionale italiana del 1982) Paolo Rossi. Una perdita importante per il mondo dello sport. Con Rossi (nato nel 1956 e sposato con la giornalista Federica Cappelletti) infatti, se ne va una figura esemplare non solo dal punto di vista atletico, ma anche da quello del rapporto con la vita e con i valori. Ne parla, come riporta il magazine Aleteia.org, l’ultimo numero di “Credere” in edicola, che contiene un’intervista fatta proprio a Rossi dalla giornalista Francesca D’Angelo.
“Il successo – aveva detto Rossi in quell’occasione – è sempre stato solo un aspetto, pur gratificante, della mia storia. (…)Sono state decisive l’educazione ricevuta, così come la fede e la mia famiglia, che ho sempre vissuto come un porto sicuro. Inoltre sono sempre stato convinto che il successo fosse una cosa effimera. Per carità, ho raggiunto dei risultati importanti, sono stato molto gratificato dal mio lavoro e ho vinto tutto quello che potevo vincere, ma alla fine trovavo sempre molta più soddisfazione nell’uscire con gli amici, nel vivere il rapporto con la famiglia e con mia moglie. Queste sono le cose salde, solide, che tengono nel tempo: questa è la felicità vera. Il successo e la fama sono cose bellissime, che esplodono in modo fragoroso e si spengono altrettanto velocemente. La strada che ti porta alla felicità è un’altra ed è quotidiana…”.
Addio a Paolo Rossi. Il suo pensiero: il lavoro è una parte importante ma non può assorbire le persone
“Il lavoro – proseguiva il campione nell’intervista – ci deve essere, è una parte importante della vita e fa crescere sotto molto aspetti, ma non può assorbire completamente le persone. Bisognerebbe provare a trovare un equilibro tra vita privata e carriera perché gli affetti sono fondamentali: quando torno a casa e mia figlia mi sorride, o mi racconta un aneddoto divertente, provo una gioia indescrivibile. Da qui, per esempio, la mia scelta di non accettare lavori che mi porterebbero, magari per anni, lontano dai miei cari”.
Sempre la stessa intervista presenta un aneddoto curioso della vita di questa icona del calcio. “Fin da piccolo – spiegava “Pablito” – ho frequentato la chiesa: facevo il chierichetto e all’epoca nel mio paese, Santa Lucia, una frazione di Prato, la parrocchia era il principale luogo di aggregazione. Pensi che ho scoperto la passione per il calcio proprio lì: a 10 anni giocavo nella squadra messa in piedi da don Sandro. Di fatto sono cresciuto in mezzo ai preti ed è stato quasi naturale avere la curiosità di vedere come fosse un seminario: cosa facevano, com’erano le giornate. Non avevo la vocazione al sacerdozio ma ho voluto fare, diciamo così, una piccola prova, dettata dalla simpatia che provavo verso quel mondo. Così ho frequentato il seminario per una settimana, ma mi è stato subito chiaro che non era la mia strada”.
La sua strada, poi, l’avrebbe trovata sul prato verde degli stadi, dove ha fatto sognare un’intera generazione di italiani. Con Paolo Rossi se ne va una parte di un’Italia che non c’è più. Un’Italia bella, che sapeva stare in famiglia e custodiva gelosamente i propri valori. Dimenticarlo, anche per questo, sarà difficile.
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