Samaritanus bonus: “La compassione umana non consiste nel provocare la morte, ma nell’accogliere il malato, nel sostenerlo dentro le difficoltà, nell’offrirgli affetto, attenzione e mezzi per alleviare la sofferenza”.
Nella lettera “Samaritanus bonus” pubblicata a fine settembre, la Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce con forza l’importanza della cultura della “vita” nella cura delle persone che si trovano ad affrontare fasi critiche e terminali dell’esistenza.
Lo spiega in più articoli il quotidiano Avvenire, che sottolineando gli spunti salienti del documento riporta:
“La cura della vita è la prima responsabilità che il medico sperimenta nell’incontro con il malato. Essa non è riducibile alla capacità di guarire l’ammalato, essendo il suo orizzonte antropologico e morale più ampio: anche quando la guarigione è impossibile o improbabile, l’accompagnamento medico-infermieristico, psicologico e spirituale, è un dovere ineludibile, poiché l’opposto costituirebbe un disumano abbandono del malato”.
L’eutanasia e il suicidio assistito infatti “non sono mai un autentico aiuto al malato, ma un aiuto a morire. Si tratta, dunque, di una scelta sempre sbagliata”.
“La compassione” – verso le persone che si trovano ad affrontare fasi critiche e terminali dell’esistenza – “non deve essere mai disgiunta dalla verità” chiarisce il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer: “La falsa compassione non è giusta, non è retta, perché non rispetta il diritto del malato ad essere accompagnato in tutte le fasi della vita”.
Gli fa eco l’arcivescovo Giacomo Morandi, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, che sempre come riportato da Avvenire spiega: “La compassione umana non consiste nel provocare la morte, ma nell’accogliere il malato, nel sostenerlo dentro le difficoltà, nell’offrirgli affetto, attenzione e mezzi per alleviare la sofferenza”.
Attenzione anche alle cure palliative, sottolinea Gabriella Gambino, sotto segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, perché “Qualunque forma di rispetto della volontà del paziente di rinuncia all’accanimento terapeutico deve sempre e comunque escludere qualsiasi atto o intenzione di natura eutanasia o suicidaria e piuttosto accompagnare alla morte naturale”.
Come possiamo stare vicino ai malati che più soffrono?
Attraverso la nostra testimonianza più che con le nostre parole.
“La testimonianza muove di più dell’insegnamento, anche se le due cose non sono in alternativa: non si tratta tanto di cosa dire, ma di cosa posso fare, della mia testimonianza – Chiarisce il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer – Se l’insegnamento non è accompagnato dalla testimonianza, perde il suo valore. Basta pensare alla storia della Chiesa: la fede si è propagata attraverso i martiri, cioè i testimoni”.
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