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L’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco e quell’attenzione all’abbandono

Il ruolo fondamentale di quegli uomini e donne che “fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi”

L’enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti”, se da un lato può suscitare perplessità l’assenza di un esplicito riferimento all’infanzia abbandonata al fianco di altre esperienze (ad es. fame, guerre, migrazione, abusi, carestie, indigenza, epidemie, …) in cui sono, loro malgrado, immersi milioni di bambini al mondo, ai quali viene per vari motivi sottratta l’infanzia, dall’altro rincuora per la particolare e fondamentale attenzione rivolta al tema dell’abbandono e ai soggetti abbandonati.

La “dimenticanza” in questa enciclica di un riferimento alla condizione di abbandono in cui vivono la propria alterata infanzia milioni di bambini al mondo, in verità perpetua una non sempre comprensibile consuetudine nei testi del magistero, malgrado le grandi svolte introdotte negli ultimi decenni nella consapevolezza ecclesiale su tale situazione e sulle feconde forme di genitorialità adottiva e affidataria, così come ben raccolte e descritte nell’esortazione apostolica ‘Amoris laetitia’.

Francesco bene ribadisce che “ogni essere umano – quindi anche i bambini abbandonati – ha diritto a vivere con dignità e a svilupparsi integralmente”. Si tratta di un diritto fondamentale che deve essere riconosciuto ad ogni persona “anche se è poco efficiente, anche se è nato o cresciuto con delle limitazioni; infatti ciò non sminuisce la sua immensa dignità come persona umana, che non si fonda sulle circostanze bensì sul valore del suo essere e quando questo principio elementare non è salvaguardato, non c’è futuro né per la fraternità né per la sopravvivenza dell’umanità” (n. 107).

L’attenzione rivolta dall’enciclica agli abbandonati e ai soggetti che di fronte all’abbandono si sentono interpellati, rappresenta sicuramente un’occasione significativa per le famiglie de La Pietra Scartata che sul tema dell’abbandono e del riconoscimento del volto di Gesù in quelli degli abbandonati, hanno individuato l’essenza del proprio carisma e della propria testimonianza nel vivere l’esperienza dell’accoglienza adottiva e affidataria.

Rileggendo quindi l’enciclica con questa specifica chiave di lettura, non sorprende che “nell’intento di cercare una luce in mezzo a ciò che stiamo vivendo, e prima di impostare alcune linee di azione”, Francesco abbia dedicato un capitolo, il secondo, “a una parabola narrata da Gesù” in grado di esprimere una situazione paradigmatica capace di interpellare chiunque, al di là delle proprie convinzioni religiose: “il buon samaritano” (Lc 10,25-37).

Si tratta di una parabola cara alle famiglie del movimento Ai.Bi. – Amici dei Bambini e dell’associazione La Pietra Scartata che proprio ad Assisi nel 2019 hanno dedicato il loro incontro nazionale alla rilettura del paradigma proposto nel testo di Luca per ricomprendere l’orizzonte, le identità dei soggetti coinvolti, degli abbandonati e di chi decide di dedicarsi ad essi nonché il senso e le prospettive di tale dedizione.

“La parabola – precisa Francesco – raccoglie uno sfondo di secoli ben presente nel tessuto narrativo della Bibbia che non si esime di affrontare la sfida delle relazioni tra gli esseri umani mentre considera l’interlocuzione di Dio con l’umanità a cui chiede «dov’è tuo fratello?». La domanda di Dio “mette in discussione ogni tipo di determinismo o fatalismo che pretenda di giustificare l’indifferenza come unica risposta possibile. Ci abilita, al contrario, a creare una cultura diversa, che ci orienti a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri” (n. 57).

Francesco, inoltre, sofferma la propria attenzione sull’abbandonato (il moribondo sul ciglio della strada) e su coloro i quali incontrano tale presenza optando per scelte diverse, prima di proporre i quesiti che tale racconto suscita: con chi ci identifichiamo? A chi assomigliamo?

Insieme a Francesco “dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli”. “Diciamolo – sottolinea il santo padre – siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente” (n. 64). Distratti, disinteressati, reticenti e indifferenti: sono davvero tanti i “sintomi di una società malata, perché mira a costruirsi voltando le spalle al dolore” (n. 65).

Per non rimanere sequestrati in “questa miseria”, Francesco ci sollecita a guardare al modello del buon samaritano, un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale: “davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada” (n. 67). La parabola mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da quanti, uomini e donne, “fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune” (n. 67).

Come spesso ricordano le famiglie adottive e affidatarie, “vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile” poiché “non possiamo lasciare che qualcuno rimanga ai margini della vita” (n. 68).

Come sottolinea Francesco, “la storia del buon samaritano si ripete: risulta sempre più evidente che l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada” (n. 71): difficile non scorgere tra questi i milioni di bambini abbandonati ai quali è sottratta un’infanzia vissuta con la dignità propria dei figli.

L’enciclica prosegue dedicando particolare attenzione ai diversi “personaggi” della parabola, quasi dei prototipi di molti diffusi atteggiamenti e comportamenti ben noti ancora oggi; ciononostante “ogni giorno ci viene offerta una nuova opportunità, una nuova tappa” (n. 77).

Come ben esprimono tanti enti, molte associazioni e diversi organismi, “non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano”; consapevoli di godere “di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni” (n. 77), dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Come il viandante occasionale della parabola, è sufficiente “il desiderio gratuito, puro e semplice di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto” (n. 77), alimentando ciò che è buono e mettendosi al servizio del bene.

Mentre ci esorta esplicitamente a prenderci cura della fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, con quell’atteggiamento solidale e attento o di prossimità proprio del buon samaritano, Papa Francesco illustra come tale parabola sia stata proposta da Gesù per rispondere ad una precisa domanda – chi è il mio prossimo? – e spiega come “la parola ‘prossimo’ nella società dell’epoca di Gesù indicava di solito chi è più vicino, prossimo. Si intendeva che l’aiuto doveva rivolgersi anzitutto a chi appartiene al proprio gruppo, alla propria razza. Un samaritano, per alcuni giudei di allora, era considerato una persona spregevole, impura, e pertanto non era compreso tra i vicini ai quali si doveva dare aiuto. Il giudeo Gesù rovescia completamente questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi” (n. 80).

La proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza; inoltre, per rendersi vicini e presenti, occorre talvolta anche attraversare barriere culturali e storiche. La conclusione di Gesù – evidenzia Francesco – è una richiesta: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10,37). Vale a dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque.

Da ultimo, evidenziamo come sia nel patrimonio genetico del carisma delle famiglie adottive e affidatarie, e in generale della spiritualità dell’accoglienza, quanto Francesco ricorda nell’affermare che “per i cristiani, le parole di Gesù implicano il riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cfr Mt 25,40.45)” (n. 85).

Una consapevolezza che è in grado di suscitare dedizione e alimentare accoglienza poiché esprime una fede capace di riempire “di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che «gli conferisce con ciò una dignità infinita»” (n. 85). Questo è ciò che accade quando una mamma e un papà accolgono come figlio proprio un bambino abbandonato ancorché da loro non generato, riconoscendo in lui il volto del Risorto e testimoniando a lui l’affidabilità della promessa di Dio.

Gianmario Fogliazza

Centro Studi “La Pietra Scartata”

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