Una generosa risposta alla chiamata può scaturire da noi, se siamo stati capaci di conservarci entusiasti della vita e desiderosi di essere abitati dallo Spirito Santo, nonostante delusioni, sconfitte, sofferenze.

Cosa ci dice la parola di Dio mentre ascoltiamo il grido del Bambino Abbandonato?
Cristina e Paolo Pellini della comunità “La Pietra Scartata”, traendo spunto da questa riflessione, proseguono il loro cammino di approfondimento sulla spiritualità dell’affido che li ha portati ad incontrare di volta in volta vari personaggi della Bibbia.
Protagonista dell’approfondimento di oggi è Mosè. Figura biblica dalla vita avventurosa, chiamato da Dio a divenire da pastore di pecore a condottiero di popoli. La chiamata di Mosè da parte di Dio può essere assimilata alla chiamata della famiglia affidataria, perché l’affido è una vocazione, come tutte le forme di genitorialità.
Mosè: da pastore a condottiero
L’affido un tempo propizio
Mosè, l’ebreo accolto dalla figlia del faraone, salvato dalle acque del Nilo e scampato dalla morte. Mosè l’assassino, l’uomo che riceve la Legge sul Monte Sinai, l’uomo che accompagna il suo popolo fino alla terra promessa. Una vita lunghissima e ricca di avvenimenti e di cambiamenti: l’abbandono a fin di bene, l’educazione egiziana, l’assassinio, l’esilio a Madian, una famiglia madianita e la chiamata a guidare Israele alla salvezza attraverso mille difficoltà.
In tutto questo racconto avventuroso riportato nel libro dell’Esodo, una cosa colpisce: i 40 anni trascorsi a Madian, nella tranquillità e nella routine quotidiana dei pastori. È opportuno ricordare che la quantità di tempo trascorso nel racconto dell’Esodo, come in altri libri biblici, è simbolica. I 40 anni non devono essere presi alla lettera, ma indicano comunque un tempo lungo, circa un terzo della vita di Mosè, la cui vita sappiamo essere stata molto lunga. Mosè a Madian trova una sua dimensione di respiro, di pace, di recupero, di conforto, di senso dopo una tragedia (aveva ucciso un uomo ed era scappato dalla giustizia egiziana). Mette su famiglia, trova un lavoro e una patria di adozione. Si libera così degli schemi precostituiti acquisiti nella sua educazione egiziana, inserendosi nella nuova cultura.
L’affido è un tempo propizio per il bambino
Questo, in un certo senso, è anche quanto succede ad un bambino che nell’affido familiare trova per un po’ una famiglia stabile, una casa e un paese o quartiere, una comunità in cui riconoscersi, una regolarità di vita. Tutte cose che gli permettono di leggere, aiutato, l’esperienza precedente di famiglia da un altro punto di vista, più libero non condizionato dalla fatica quotidiana, e di rendersi conto che possono esserci altri modelli di vita a cui ispirarsi. L’affido è un tempo propizio per il bambino per liberarsi da stili di vita che generano sofferenza e per darsi un desiderio di nuova vita, più dolce, affidandosi e soprattutto imparando a fidarsi di nuovi adulti quasi “per fede”. Questo è quello che di fatto desidera in cuor suo un genitore affidatario: che il bambino accolto acquisisca questa capacità di riconoscere e guardare oltre le contingenze, le difficoltà, le fatiche accettando e superando gli ostacoli come parte del cammino della vita, per continuare a sperare in qualcosa di grande per se stesso; che sappia liberarsi dai condizionamenti ricevuti e sappia scegliere, crescendo, una vita buona.
Probabilmente, se Mosè non fosse rimasto a Madian per un terzo della sua vita non sarebbe stato in grado di riconoscere nel roveto ardente una chiamata. O meglio, “la chiamata”, la chiamata della sua vita.
L’affido è una vocazione
La chiamata di Mosè può essere simile anche alla chiamata della famiglia affidataria, perché l’affido è una vocazione, come tutte le forme di genitorialità. Quando Mosè a Madian dice di volersi avvicinare a vedere il grande spettacolo del roveto che brucia ma non si consuma, si rende conto di essere davanti a un prodigio, intuisce la dimensione trascendentale, divina, di quello che sta accadendo. Mosè vuole capire, vuole rendersi conto, è curioso. È questo lo stato d’animo delle famiglie che si avvicinano all’esperienza dell’accoglienza affidataria seguendo una chiamata. Vogliono capire, si sentono attratte da qualcosa che razionalmente non è spiegabile. O meglio, non è spiegabile in una logica di “convenienza” esclusivamente umana. Le famiglie interessate all’affido si sentono infatti dire frequentemente da amici e parenti: “ma chi telo fa fare… altri grattacapi… ma non ti bastano quelli che hai già? La vita è già abbastanza dura di per se stessa, perché andare a cercarsi rogne?”. Eppure, come Mosè decidono di andare avanti. Se il desiderio di conoscere col cuore è più forte di ogni paura e di ogni pregiudizio umano, i “già genitori affidatari”, abbandonano la comoda pianura del tran tran quotidiano e cominciano la salita faticosa della montagna perché sentono qualcosa bruciare dentro di sè. Quel qualcosa è il desiderio di mettersi di fonte alla verità di un modo completo e libero di essere genitore, un modo che realizza un progetto divino.
Il bambino abbandonato è per gli affidatari, il roveto ardente da contemplare
Ma cos’è, o meglio, chi è il roveto ardente che gli affidatari sono chiamati a contemplare? È il bambino in difficoltà. Tante volte ci si chiede dove ogni bambino abbandonato, tradito, in una situazione di precarietà esistenziale, trovi la forza per sopravvivere a tanto dolore. Questi bambini a volte sono come l’arbusto spinoso di Mosè: inavvicinabili per il troppo calore, ma sempre verdi. Ne hanno subite di tutti i colori nel breve arco della loro esistenza, ma non mollano, sono sempre in piedi, malconci ma in piedi. Attraverso di loro si manifesta qualcosa di veramente grande: Mosè pensa “se il roveto non si consuma, è segno che Dio è passato di lì e l’ha lasciato intatto”, allo stesso modo è riconoscibile in questi bambini una speciale provvidenza divina. Se così è, è anche certo che per loro c’è qualcosa di grande all’orizzonte, nonostante tutti i “faraoni” ostacolanti e scandalosi che incontreranno nella loro vita.
Come Mosè al fianco degli schiavi in Egitto la famiglia affidataria è accanto al bambino
Consideriamo poi il terzo periodo della vita di Mosè, quello dell’attraversamento del deserto, dopo la dura lezione imparata a Kades-Barnea. Interpellato, dopo varie titubanze, il nostro neofita condottiero si mette a capo del suo popolo e come ogni vero leader a disposizione di esso e del Dio che anche lui sta imparando a conoscere nel cammino di liberazione dalla schiavitù, non solo dagli Egiziani, ma dal proprio peccato e dalla propria mancanza di fede. La famiglia affidataria intuisce che deve farsi carico di un grande dolore e che deve aiutare il bambino sofferente in un processo di liberazione. Mosè si mette a fianco del popolo di Israele schiavo in Egitto, la famiglia affidataria si mette al fianco del bambino, pronta a lottare per lui con tutte le forze che Dio vorrà darle. La famiglia con il bambino affronta così il “cammino nel deserto”, dando la propria disponibilità ad accogliere anche fatiche, delusioni e momenti di rabbia, di ribellione e di provocazione da parte del bambino. Questo periodo desertico è tanto duro quanto bello. È il periodo dell’alleanza con il bambino e con Dio, il quale si fa presente ripetutamente riempiendo di forza, di speranza paziente la famiglia affidataria, facendole affrontare e superare situazioni che mai avrebbe pensato di potere affrontare e superare. Il momento finale, l’obiettivo, è la terra promessa, dove scorre latte e miele: Mosè ha portato il popolo fino alle soglie della terra designata, ma sa che lui lì non potrà entrare. La famiglia affidataria deve essere in grado, a questo punto, di fare come Mosè e di lasciare andare il bambino nella sua terra promessa (il rientro in famiglia o l’inserimento in famiglia adottiva) stando sul confine, ma spingendolo con la fede. Impariamo da Mosè, il quale non pensa a se stesso, ma al bene di Israele, nella realizzazione del disegno divino: l’impresa è più importante di ogni interesse personale.
Per ogni bambino esiste uno speciale disegno della provvidenza
Cos’altro possiamo imparare dalla storia di Mosè? Che l’accoglienza affidataria si fonda sulla certezza che per ogni bambino venuto al mondo esiste uno speciale disegno provvidenziale. Un disegno di cui la famiglia accogliente è solo uno degli umili strumenti previsti per la sua realizzazione ed è utile solo per un tratto di cammino, serva nel compito di mantenere viva la speranza nell’attraversamento del deserto. Poi un bene superiore chiede di lasciare andare questi bambini per la loro strada, nella speranza concreta che ciò che si è riusciti a dare loro, poco o tanto che sia, di qualità ottima, semplicemente sufficiente, a volte forse scadente, sia la testimonianza di una reale possibilità di salvezza per tutti, anche per chi si sente quotidianamente abbandonato dai suoi genitori.
Come Batya anche la famiglia deve educare alla conoscenza e al rispetto delle origini
C’è un altro aspetto della storia di Mosè che fa pensare all’esperienza affidataria: l’educazione biculturale che Batya, la madre egiziana di Mosè, gli ha dato. Lei è stata una bravissima madre accogliente perché ha educato Mosè in tutta la sapienza degli Egiziani, mantenendolo radicato anche nella conoscenza e nell’appartenenza alle sue radici ebraiche. Addirittura, per fare questo, ha deciso che Mosè dovesse essere allattato da una donna ebrea, affinché in quel latte potesse rimanere a memoria di quelle origini parte fondante del bambino e che non andavano cancellate. È veramente stupefacente cosa ha saputo fare Batya a livello educativo: dare a Mosè tutto il meglio della conoscenza, degli studi, della civiltà egiziana e contemporaneamente mantenere in lui, insegnandoglielo, il rispetto dell’etnia, della cultura, della storia del suo popolo di origine. Il tutto in ossequio alla libertà di Mosè, perché fosse lui a poter decidere liberamente del proprio destino e della appartenenza a un popolo piuttosto che all’altro. Questo vale anche per le famiglie affidatarie. Spesso i bambini o ragazzi affidati vengono da contesti socio-culturali diversi da quello della famiglia accogliente. È importantissimo che la famiglia affidataria sappia valorizzare queste origini anche in piccoli gesti quotidiani mostrandosi sempre rispettosi.
Se siamo lontani da Dio le nostre opere sono destinate al fallimento
Questo incredibile libro dell’Esodo, suggerisce un’altra riflessione: quando ci lanciamo, anche generosamente, in opere di giustizia, ma siamo lontani da Dio, le nostre opere sono destinate a fallire miseramente. È ciò che succede al povero Mosè prima di dover fuggire dall’Egitto e riparare a Madian. Mosè era animato da buone intenzioni. Voleva in qualche modo rimediare all’ingiustizia e all’oppressione degli Egiziani sugli Israeliti, ma contava solo sulle sue forze, era scoordinato rispetto a Dio e rispetto anche agli altri uomini, di cui non cercava l’aiuto, contando appunto solo sulla propria capacità di agire e sulla propria volontà e potenza. Il risultato è noto: un omicidio, la fuga, un disastro.
Quando invece la nostra disponibilità, il nostro eccomi, nasce da una chiamata di Dio, le nostre opere sono destinate al compimento e Dio stesso ci fa trovare lungo la strada le persone con cui condividere la chiamata e la missione. Mosè, affidandosi questa volta a Dio, riesce nell’impresa di far uscire il popolo eletto dalla terra di schiavitù per farlo entrare nella terra della libertà. Anche nell’accoglienza affidataria non dobbiamo e non possiamo fare conto solo sulle nostre forze familiari e sulla nostra sete di giustizia, dobbiamo agire in risposta ad un interpello coordinandoci con le tante persone che si mobilitano insieme a noi per aiutare quel bambino a raggiungere uno stato di maggior serenità. Una generosa risposta alla chiamata può scaturire da noi se siamo stati capaci di conservarci entusiasti della vita e desiderosi di essere abitati dallo Spirito Santo, nonostante le eventuali precedenti delusioni, sconfitte, sofferenze. D’altra parte non dobbiamo dubitare che, se c’è un grande bisogno, una grande ingiustizia, non la vediamo solo noi che siamo tanto limitati. Sicuramente Dio sa e agisce nei tempi e nei modi che solo lui conosce, magari proprio chiamando noi a rimediare a questa situazione. Infatti nella storia di Mosè vediamo bene che non solo Mosè di fronte alle insopportabili sofferenze degli Israeliti in terra d’Egitto decide di agire, ma soprattutto è Dio che decide di intervenire, tanto che la sua volontà salvifica si manifesta a Madian proprio a Mosè. E proprio lui sarà scelto per fare da guida per la liberazione del popolo. In altre parole, di fronte all’ingiustizia della sofferenza di un bambino, sappiamo con certezza che Dio non rimarrà impassibile. Nei tempi e nei modi solo a lui noti sta già operando e opererà perché questa ingiustizia venga superata, naturalmente chiamando qualcuno perché diventi suo strumento.
Dio si serve dei deboli per fare cose grandi
Un’ultima riflessione: sembra strano ma è evidente nella Bibbia, sia nell’antico che nel nuovo testamento, che Dio, quando ha bisogno di persone per le sue opere, tende a servirsi dei piccoli e degli sfortunati, degli outsider. Anche Mosè, quando viene chiamato a Madian è un assassino impunito e latitante, un profugo in terra straniera. Forse reduce da un periodo di depressione a seguito della fuga dall’Egitto, balbuziente, in là con gli anni. Eppure Dio vuole proprio lui. Vuole che la pietra scartata diventi testata d’angolo. “Ma che Dio è?”, viene da chiedersi. È il nostro Dio, il Padre di tutti. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il Dio trino e uno rivelatoci da Gesù. I suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie. Ma se stiamo vicino a Lui, le sue vie diventano le nostre vie e i suoi pensieri diventano i nostri pensieri. Dio si serve dei deboli, rivestendoli della sua forza per fare grandi cose. La chiamata di Mosè avviene a seguito del grido di sofferenza di Israele che sale fino al Signore. Anche un bambino sofferente urla, ma silenziosamente. Non si lamenta della sua condizione. È confuso. Non ha la coscienza dei torti subiti e, per salvaguardare le figure genitoriali, tende a colpevolizzarsi rispetto alla situazione, di cui in realtà è vittima. Ma soffre e la sua sofferenza in qualche modo è tangibile, ci investe. Investe Dio. E Dio ascolta, non il suo grido, ma i suoi silenzi. Sa leggere dentro questi silenzi e suscita, tra i suoi figli qualcuno che li possa accogliere. La vita stessa man mano configura le vie per le quali Dio chiama questi suoi figli soccorritori. E Dio stesso equipaggerà questi suoi figli di ciò che serve per la missione. L’uomo viene reso idoneo alla missione cui è stato destinato. Mosè stesso, da rifugiato che fa il pastore in una terra straniera, diventa il condottiero di un popolo in fuga.
( Approfondimento 7) (Per leggere la puntata n.6 QUI)
Cristina e Paolo Pellini
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