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La spiritualità dell’affido (5). L’affido porta con sé il dolore e la rabbia di un abbandono, di una promessa mancata, di un’ingiustizia da redimere

 Lo stile del Servo, a cui è bene ispirarsi, riguarda la relazione della famiglia affidataria con il bambino affidatole. Un agire che pian piano faccia sentire quel bambino libero dall’ oppressione dell’abbandono, libero di tornare a desiderare un padre e una madre.

 

Il Servo di Jahvè: mitezza e giustizia

“Ecco il mio servo che io sostengo,

il mio eletto in cui mi compiaccio.

Ho posto il mio spirito su di lui;

egli porterà il diritto alle nazioni.

Non griderà né alzerà il tono,

non farà udire in piazza la sua voce,

non spezzerà una canna incrinata,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;

proclamerà il diritto con verità.

Non verrà meno e non si abbatterà,

finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,

e le isole attendono il suo insegnamento.

Così dice il Signore Dio,

che crea i cieli e li dispiega,

estende la terra con ciò che vi nasce,

dà il respiro alla gente che la abita

e l’alito a quanti camminano su di essa:

“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia

E ti ho preso per mano;

ti ho formato e ti ho stabilito

come alleanza del popolo

e luce delle nazioni,

perché tu apra gli occhi ai ciechi

e faccia uscire dal carcere i prigionieri,

dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.

Io sono il Signore: questo è il mio nome;

non cederò la mia gloria ad altri,

né il mio onore agli idoli.

I primi fatti, ecco, sono avvenuti

E i nuovi io preannuncio;

prima che spuntino,

ve li faccio sentire”

(Is 42,1-9)

È questa la pericope completa del primo dei cosiddetti quattro Canti del Servo di Jahvè, contenuti nel Libro di Isaia. Siamo precisamente nella seconda sezione del Libro di Isaia, tra i capitoli 40 e 55, quella scritta da un profeta anonimo e dallo stile diverso e originale chiamato dagli studiosi Deuteroisaia (o Secondo Isaia). In questi quattro Canti il profeta dà una descrizione del personaggio del Servo e della sua missione. Alla luce del Nuovo Testamento, noi cristiani abbiamo identificato questa figura nel Messia, Gesù di Nazareth. Ogni immagine riportata nei Canti possiamo quindi interpretarla alla luce del Vangelo per coglierne il significato.

Primo Canto

In questo primo Canto leggiamo che il Servo del Signore non spezzerà una canna già incrinata e non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. La canna incrinata e lo stoppino dalla fiamma smorta rappresentano i poveri, i bisognosi, coloro che sono oppressi dai ricchi e dai potenti. Il Servo non solo non va contro gli ultimi, ma si pone accanto ad essi fraternamente, con compassione e li aiuta, proclamerà il diritto con verità (Is 42,3). È questa la missione affidatagli da Jahvè. Per fare questo il Servo è stato riempito da Jahvè stesso del suo Spirito (“Ho posto il mio spirito su di lui “- Is 42, 1). Il risultato è un agire delicato, soave, garbato, mite, mansueto, umile. Il Servo si dimostra costante nelle prove, fedele nello svolgimento della sua missione. Nonostante l’opposizione che incontra alla sua opera, il Servo non si scoraggia. Lo aspetta un successo sicuro, grazie alla sua paziente perseveranza: “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia. E ti ho preso per mano” (Is 42,6).

La famiglia affidataria come il Servo è chiamata da Dio

Anche la famiglia affidataria viene chiamata, come il Servo, per compiere una missione. Dio ha deciso di affidarle un compito, di chiedere collaborazione e la chiama a volte insistentemente tramite un appello concreto, riconoscibile nel desiderio di accoglienza, nel cuore di una donna, di un uomo e dei loro figli. Un cuore non può non sentire questo desiderio forte nell’animo, se tale desiderio è instillato dal Signore. In questa missione, la famiglia affidataria non è sola perché riceve, come il Servo di Isaia, lo Spirito Santo. Riceve il dono immenso, commuovente, di poter contribuire alla realizzazione del Regno di Dio. Accogliendo ed essendo accolta, vive e partecipa alla vita della Trinità. Entrando nella dinamica dell’amore tra Padre e Figlio può sentire la forza dello Spirito che tutto lega, come guida paziente e forza interiore a fronte delle fatiche che inevitabilmente e umanamente si dovranno affrontare. L’affido porta comunque con sé il dolore e la rabbia di un abbandono, di una promessa mancata, di un’ingiustizia da redimere.

Dio renderà giustizia ai deboli

Nel primo Canto, Jahvè ha già deciso, ha emesso il suo verdetto. Il debole merita giustizia. Il debole avrà giustizia. Dio stesso ha deciso di rendergli giustizia.

Anche nella storia di quel bambino in difficoltà, Dio ha già deciso e ha chiamato i suoi servi, la famiglia affidataria per “sostenere l’orfano” (Salmo 145), per accoglierlo attraverso quel bambino che verrà affidato (“Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” – Mc 9,37).

Ora è compito entusiasmante della famiglia accogliente farsi testimone della volontà divina e permettere che si compia tale giustizia: il comparire all’orizzonte di una famiglia unica e definitiva, per il bimbo affidato. Certo l’importanza di un compito simile mette i brividi a pensarci, fa paura e non ci si sente all’altezza. Ma il bello è che, se la famiglia persevererà come il Servo e si lascerà guidare docilmente aderendo alla volontà divina, il successo è assicurato in partenza, perché nulla può ostacolare la volontà di Dio. In questo modo la Sua volontà salvifica trionferà e il bambino potrà credere nella possibilità di salvezza anche per lui.

Come il Servo: lavorare senza alzare la voce

Lo stile del Servo è quello di chi lavorerà senza alzare la voce, senza manifestare nelle piazze. Eviterà l’ostentazione, non sarà invadente. Aborrirà la violenza. Si sottrarrà alle inutili discussioni, così come Gesù si sarebbe sottratto alle estenuanti e inutili discussioni coi farisei. Non imporrà le sue parole ai suoi ascoltatori.

Allo stile del Servo la famiglia affidataria dovrebbe cercare umilmente di ispirarsi. Ciò non vuol dire che, se necessario, non sarà pronta a fare sentire, attraverso la propria voce, la voce del bambino ai servizi sociali, al giudice, e, in un contesto più ampio, in televisione, nei convegni, nell’azione di lobby presso i politici… C’è un dovere di testimonianza a cui non ci si può sottrarre e che non ha niente a che vedere con la vanagloria e il desiderio di protagonismo, ma è fare giustizia. Lo stile del Servo, a cui è bene ispirarsi, riguarda evidentemente la relazione della famiglia affidataria con il bambino affidatole. Un agire delicato, soave, garbato, mite, mansueto, umile, ma sicuro e convinto perché segnato dal dono dello Spirito Santo. Un agire che pian piano faccia sentire quel bambino libero dall’oppressione dell’abbandono, libero di tornare a desiderare un padre e una madre. È una responsabilità grande per la famiglia affidataria, ma l’alternativa sarebbe la fine di ogni possibilità di ri-affidamento a un genitore di quel bambino. Il buio, la solitudine, la disperazione, l’abbandono per sempre.

Vi preghiamo, Padre e Figlio, da cui procede lo Spirito, inviatelo nei nostri deboli cuori di genitori, affinché possiamo essere miti e umili di cuore e insieme forti, come Gesù, nostro Signore e nostro Dio.

(Approfondimento n.5) (Per leggere la puntata n.4 QUI)

Cristina Riccardi e Paolo Pellini

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