L’uomo e la donna hanno l’incarico di guidare ed educare tutti i figli che sono stati loro affidati, non di possederli.

“Quindi vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!” (1Cor 7,29-31)
Paolo, in questa pericope tratta dalla sua prima lettera ai Corinzi, invita i fedeli di Corinto a praticare un giusto impegno sulla via verso il Regno e una sana distanza dalle cose terrene. Il cristiano è chiamato a tenere la mente e il cuore concentrati sulle realtà ultime rivelate da Gesù, come il timoniere di una barca che si concentra su un punto della riva per mantenere la barra del timone ferma e la rotta sicura.
Ma cosa significa questo per una famiglia affidataria?
Si può, come genitori affidatari, cercare di accogliere l’invito di San Paolo esercitando sì il giusto impegno e la buona sollecitudine nell’educazione dei nostri figli naturali e ancor più nei confronti dei nostri figli affidati, mantenendo verso di loro una sana distanza? Questo deve essere senz’altro un nostro obbiettivo, anche se è opportuno chiarirsi cosa significhi “sana distanza”.
Il rapporto con i figli naturali deve essere permeato dal senso della sua precarietà (non sono “nostri” sono a noi affidati dal Signore), nel caso dei figli affidati si può parlare di una precarietà nella precarietà (c’è un doppio affidamento!). Questo senso di precarietà, all’interno del quale siamo chiamati a vivere il rapporto con i figli affidati, non inficia i sentimenti che proviamo verso di loro, ma indica un atteggiamento, che dobbiamo cercare di avere, capace di superare il senso del possesso e del potere su chi amiamo. Questa è la sana distanza: vicini ai figli ma non vincolanti, limitanti la libertà di realizzare il progetto di Dio su di loro.
Tutto, nella storia dell’uomo è transitorio.
Paolo, in questo brano, ci sta dicendo di non attaccarci alle cose di questo mondo, e dunque di dare a esse il giusto valore, riconoscendone il senso simbolico: esse infatti sono da vivere nel loro rimando al Regno. Siamo stati fatti per vivere un’esistenza terrena per poi stare in Cielo con i santi a godere dello sfavillio di Dio cantando le Sue lodi e quindi, successivamente, per vivere nella gioia nel nuovo mondo perfetto che ci regalerà. A questo dobbiamo aspirare. A questo devono essere rivolti la nostra mente e il nostro cuore. Con la risurrezione di Cristo il tempo e lo spazio hanno avuto una svolta, ne sono cambiati i confini. Sono iniziati i giorni della salvezza. È iniziato il tempo del Dio-con-noi. Tutte le realtà terrene sono diventate minuscole, temporanee, precarie, rispetto alla prospettiva della salvezza. È emersa l’opportunità per l’uomo di una scelta definitiva in favore di quel Dio che gli è venuto incontro. Il Dio trinitario offre all’uomo un’eternità di fronte alla quale appare in tutta la sua evidenza il significato delle realtà terrene. Dopo la risurrezione di Cristo, il tempo si è fatto breve. Questo tempo è il kairòs cioè il tempo della salvezza divina. Siamo entrati nell’era attuale che è l’era messianica, l’età terminale che precede la fine dei tempi. Dopo la prima venuta di Cristo, tutto si è compiuto e tutto diventa relativo rispetto alle realtà eterne che ci aspettano. Dopo la Sua risurrezione, il cristiano tiene fisso lo sguardo verso il Cielo, verso la meta definitiva dov’è Cristo risorto. In quest’ottica tutti i beni e i doni terreni sono solo da amministrare, non da possedere.
L’uomo e la donna hanno l’incarico di guidare ed educare tutti i figli che sono stati loro affidati, non di possederli.
L’uomo deve sempre ricordare che è solo un pellegrino nel mondo. La sua meta non è il mondo stesso. Non possiede nulla in modo permanente e deve essere pronto a lasciare tutto in qualsiasi momento perché non sa quando morirà o quando ci sarà la seconda venuta di Gesù.
La giusta distanza, sullo sfondo dell’impegno, della prossimità e della cura, che la famiglia affidataria pratica nei confronti delle realtà terrene si ripercuote nel suo rapporto con i figli affidati e rende possibile il farsi carico delle loro enormi sofferenze, che altrimenti la schiaccerebbero. Infatti tutti i bambini affidati sono portatori di una profonda ingiustizia e del dolore innocente, che è inspiegabile in termini puramente umani, senza far ricorso al mondo del trascendente, senza far riferimento a una fede certa nella salvezza per tutti. La croce di Cristo ha già sconfitto il male che, ferito mortalmente, dà i suoi ultimi colpi di coda.
Il “come se”
La dialettica paolina del “come se” (espressione che ricorre per cinque volte nella pericope che abbiamo letto all’inizio) suggerisce alla famiglia affidataria di esercitare, nel rapporto con il bambino affidato, la virtù della pazienza che riconosce nell’altro la sacralità della creatura. Questa pazienza si concretizza nel ricominciare ogni volta da capo, con testardaggine e perdonando, come se nulla fosse successo l’istante prima, il giorno prima. Le famiglie affidatarie conoscono molto bene questo “ricominciare”. L’esercizio di questa pazienza permette al bambino o ragazzo affidato di rendersi conto gradualmente che la famiglia affidataria c’è, è presente e, per quanto le sarà concesso da Dio, ci sarà sempre, qualsiasi cosa quel figlio affidato possa fare, qualsiasi cosa possa passare nel suo cuore e nella sua mente. Capricci, provocazioni, bugie, ostinati silenzi, momenti di tristezza, disobbedienze, improvvisi sbalzi di umore, allontanamenti, nulla può far desistere l’ostinata dedizione della famiglia affidataria. Solo così un figlio affidato lentamente può scoprire di non essere solo, che c’è qualcuno che tiene a lui ed è disposto gratuitamente a sacrificarsi per lui ma soprattutto con lui. Capisce che, a fronte di tanto male subito, c’è un bene gratuito che gli viene incontro, che gli viene donato. Perdono, pazienza, perseveranza, fanno scoprire al figlio affidato che l’amore genitoriale è così fatto perché incarna l’amore di Dio Padre per ognuno di noi.
( Approfondimento n.4) (Per leggere la puntata n.3 QUI)
Cristina Riccardi e Paolo Pellini
Comunità La Pietra Scartata
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